domenica 5 settembre 2010


Giugno 1985: arriva, per la prima volta assoluta in Italia, il Boss.
Un evento da non perdere, nemmeno per tutto l’oro del mondo.
E’ uno Springsteen all’apice della sua carriera, reduce dal successo planetario di Born in the U.S.A.
Dopo una faticosa ricerca tra i negozi della nostra piccola città ci arrendiamo all’evidenza: non si trovano più biglietti. Decidiamo ugualmente di partire - poco prima dell’alba - alla volta di San Siro. Li prenderemo dai bagarini, pensiamo. Sui viali che portano allo stadio, è ancora buio e il vapore misto allo smog inizia ad alzarsi dall’asfalto, un semiarticolato ci taglia improvvisamente la strada e urta la vecchia Panda del Gigio, sfasciandole la fasciata sinistra, peraltro già ammaccata qua e là. Fermati Gigio, abbiamo ragione, diciamo noi. Frega’n cazzo, dice lui: c’è il Boss.
E allora ripartiamo, incuranti del clang clang metallico della portiera che penzola verso l’asfalto e, alla fine di una lunga ed estenuante trattativa con un tipo in canottiera e infradito, investiamo la cifra assurda di 50.000 lire a cranio: mica cotica, ai quei tempi per guadagnarli dovevi farci la campagna dei pomodori tutto agosto.
Ed è l’apoteosi.

A distanza di venticinque anni è uscito il doppio dvd ”London Calling: Live In Hyde Park”, concerto di Bruce Springsteen & The E Street Band registrato all’Hard Rock Calling Festival di Londra esattamente un anno prima, il 28 giugno 2009.
E’ un Boss in gran forma, malgrado una voce sempre più rauca - a tratti incomprensibile - e una registrazione audio imperfetta (in particolare per ciò che riguarda il sax di Clemmons). Si diverte, ride e saltella sul palco come un ragazzino, sudato come una capra, ammiccando ruffiano verso un Little Steven anche lui invecchiato e Clarence “Big Man” Clemmons, “l’uomo piu’ grande che avete mai visto in tutta la vostra vita”.
La scaletta è da paura.
Si apre con una trascinante cover di London Calling, e lo scenario apocalittico post-nucleare del mitico pezzo dei Clash viene idealmente unito all’apatia depressa delle Badlands della provincia (“lavorare nei campi/fino a che ti bruci la schiena/lavorare giù in officina/fino a che non ti si schiariscono le idee”) per iniziare quello che il London Times ha definito “un viaggio di tre ore a tutto gas attraverso l'America di Springsteen”
Durante la sua esibizione Springsteen raccoglie dal pubblico cartelli con richieste personalizzate, fingendo di assecondarle: Downbound train, dice uno, Adam raised A Cain un altro, Cadillac ranch un altro ancora. Lui, è ovvio, non può accontentare proprio tutti ma – come tradizione consolidata – non si risparmia neppure per un attimo e infila oltre tre ore di energia pura e di grandissimo rock’n roll.
E allora c’è spazio per i brani recenti (Working On A Dream, The Rising, Radio Nowhere, Outlaw Pete e una simpatica Waiting On A Sunny Day, alla fine della quale fa cantare un bambino nelle prime file) ma soprattutto per una serie straordinaria di vecchi cavalli di battaglia: 4 pezzi da Born to run (1975; la title-track, She’s the one, Night e una strepitosa Jungleland, a giudizio di scrive il suo punto piu’ alto in assoluto in oltre trent’anni di storia artistica), 3 da The darkness on the edge of town (1978; Badlands, The promised land e una emozionante Racing in the street), 1 a testa per gli album di mezzo The river (1980; Out in the Street) e Nebraska (1982; una robusta Johnny 99), oltre a 4 pezzi ancora da Born in the USA (1984; Bobby Jean, Dancing in the dark, Glory days e una No surrender eseguita con Brian Fallon dei The Gaslight Anthem).

Impossibile scegliere le cose migliori, anche se forse il clou dello spettacolo si conferma l’intramontabile sequenza Born to run-Rosalita (Come Out Tonight), quest’ultima dal suo secondo disco del 1973, The Wild, the Innocent & the E Street Shuffle.
In questi casi si sa, non si è mai contenti: spicca l’assenza di un must assoluto come Thunder road, mentre per The river la produzione ripara inserendo come bonus track una sua struggente versione dal Glastonbury dello stesso 2009. Sui nostri ipotetici cartelli da portare all’Hyde Park ci sarebbe stato scritto: Candy’s room, Point blank, Mansion on the hill, 4th of July Asbury Park (Sandy)…

Viviamo tempi molto difficili, dice un Boss letteralmente stremato presentando il primo dei bis, ovvero la cover di Hard Time (Come Again No More), scritta da Stephen Foster nel lontano 1854.
Ma stanotte possiamo dimenticarci di tutti i problemi e di tutte le ansie che ci affliggono.
Stanotte, direbbe il Gigio, frega’n cazzo: c’è il Boss.
C'è il Boss a farci saltare, cantare, ballare.
A scaldarci il cuore.

1 commento:

paulette ha detto...

Grande Boss e grandissimo Gigio, che qui più che mai avrei definito il Dottore