giovedì 29 novembre 2007

NY 03, NEWARK

Quando C.J. atterrò al Newark International Airport, a nord di Staten Island, il sole stava già tramontando.
Il viaggio era filato via liscio come l'olio. Le sue paure si erano dimostrate infondate: C.J. era riuscito ad ammazzare il tempo alternando con sapienza l'iPod ai racconti splatter di Landsdale; purtroppo però, essendo il suo sedile collocato appena sotto ad un monitor, era stato costretto a sorbirsi una sbrodolata come "Io, te e Dupree" in lingua originale...

Messo piede a terra, C.J. scrutava all'orizzonte lo skyline di Manhattan che si intravvedeva appena sotto l'ala sinistra dell'aereo.
Sbrigò rapidamente tutte le formalità dello sbarco, compreso l'ormai classico questionario - di inarrivabile comicità - a cura del Dipartimento U.S.A. per l'immigrazione:"Lei è un terrorista?""Lei fa parte di organizzazioni sovversive di matrice marxista?""Lei fa uso abituale di sostanze stupefacenti? E' alcolizzato?""Lei ha mai ucciso un uomo?""Lei ha mai stuprato un bambino", e via dicendo.

All'uscita dell'aeroporto, un vento gelido e pungente lo accolse sulla banchina dei taxi.
Prese il primo che gli capitò a tiro.
L'autista era un nero sui sessanta, scorbutico da far paura.
Non gli rivolse la parola per tutto il viaggio, ma stavolta a C.J. la cosa non dispiacque affatto, stanco com'era per il volo transoceanico e per lo stress accumulato durante la lunga attesa per l'imbarco: in fin dei conti era in piedi da una ventina di ore o poco più.

Mentre il cab attraversava le lande desolate attorno a Hoboken (Do you remember Night falls on Hoboken?), C.J. si limitava a osservare in lontananza, con gli occhi increduli e curiosi di un bambino, la metropoli - assurda e straordinaria - che letteralmente gli si spalancava davanti. Percorsero per lo più strade a percorrenza veloce, a tre o quattro corsie, con auto che sfrecciavano a destra e sinistra ad un ritmo frenetico. Ogni tanto, il taxi svoltava su uno svincolo sopraelevato, per poi infilarsi sotto i piloni in cemento armato delle freeways, tra roulottes e distributori di carburante. Ai bordi della strada, oltre il guard-rail arrugginito e contorto, solo sterpaglie e alberi spogli.

Attraversarono poi i sobborghi di New Yersey City. Le luci al neon dei negozi e dei Mc Donald's punteggiavano un agglomerato caotico di vecchie case in stile vittoriano ed enormi caseggiati in mattoni brunastri. Sulla vetrina di una lavanderia a gettone campeggiava la scritta: "Al lunedi', martedi' e mercoledi' il sapone è gratis."

Quando giunsero infine all'Holland Tunnel, uno dei passaggi sotterranei che attraversano l'Hudson River, trovarono una coda terrificante per il pagamento del pedaggio. Il tassista si destreggiò tra le varie corsie sino ad infilarsi a tutta velocità in una corsia riservata.

I grattacieli di Tribeca incombevano ormai sulla Baia, suscitando timore e rispetto.

Tra pochi minuti C.J. sarebbe arrivato a destinazione.

mercoledì 28 novembre 2007

L'amico Appostone ci invia il link per una versione short di Big Lebowski:
http://www.youtube.com/watch?v=D3WcfO7mI2o
Qui troverete la fucking version da 2'18''
http://gracefulflavor.net/2007/11/08/the-big-lebowski-the-fuck-edition/
Tempo fa C.J. si era imbattuto sul web in un pazzo che si era preso la briga di contare tutti i "FUCK" del capolavoro dei Coen, erano diverse centinaia...
A questo punto, visto che l'argomento è sul tavolo, a C.J. non rimane che pubblicare - a puntate - la sceneggiatura originale del film, ovviamente in inglese.
Se qualche anima buona avesse la voglia di farne una rapida traduzione, il compenso è nullo, ma farebbe un gran regalo al popolo italiano...

sabato 24 novembre 2007

SOME MEN ARE BIGGER THAN OTHERS

E venne il debutto di Big.
Ci ha lasciato un commento sul penultimo post, ma siccome il suo è un gran pezzo, C.J. lo ri-pubblica.

Facce era molto teso quel giorno. Era domenica. Gebre stava rincorrendo il suo sogno. Così lontano dai sogni dei più, così lontano da casa. Eppure ora il sogno era lì, alla sua portata. La falcata di Gebre era allo stesso tempo lieve e potente, ti dava una sensazione di velocità e di calma (se mai possono stare assieme due parole così diverse).
Lui si chiese che senso potesse mai avere stare lì fermi ad aspettare, fermi immobili a vedere passare l'uomo più veloce del mondo, e guardarlo prendersi il suo sogno.
Non sarebbe stato mille volte meglio avere un sogno da rincorrere? Non sarebbe stato meglio viverla la vita, piuttosto che osservarla dai bordi?
La domenica, lui lo sapeva, queste domande paranoiche lo tormentavano più degli altri giorni.
Berlino era un dettaglio insignificante, lui lo aveva detto, non gli sembrava nemmeno una città, eppure ne era ossessionato.
E poi nessuno sembrava più sapere, o ricordare, perché fossero lì. Cosa ci facevano? Quale fottuto motivo li aveva portati a nord? Lui non ne aveva la più pallida idea. E invece quell’omino africano, pelle, ossa e grinze, lo sapeva benissimo cosa era venuto a fare, la sua determinazione era feroce, dietro al sorriso beffardo che svelava denti bianchissimi ed una incredibile impressione di non sforzo, avresti detto di relax. A Gebre di sicuro non mancava la sua casa, anzi, non gliene fregava un cazzo, ora che il sogno era davanti a lui, e diveniva reale metro dopo metro.
A lui invece mancava tutto di casa sua, anche le cose che normalmente lo angosciavano o lo facevano incazzare: gli sembrava di essere a Berlino da troppo tempo, voleva solo tornare. Ma anche quell’atto di volontà durò un istante. Poi ritornò l’apatia di sempre. Si voltò verso gli altri. “Facciamoci una birra, ‘codìo”. Ma non c’era più nessuno.

venerdì 23 novembre 2007

Analogie


Immagine 1: Memoriale dell'Olocausto di Berlino, opera di Peter Eisenman (foto BEDDOLIX)
Immagine 2: Cimitero sciita, nei pressi di Baghdad (fonte CORRIERE.IT)

TUTTI GLI UOMINI DEL CARTELLO - 2




martedì 20 novembre 2007

domenica 18 novembre 2007

NY, 02 - THE TERMINAL


L'inizio, si sa, è sempre difficile.
Come fanno i romanzieri in crisi di ispirazione, C.J. ha cominciato dalla fine, ovvero con il taxi che lo portava all'aeroporto John Fitzgerald Kennedy.

Ma la partenza era stata tutt'altro che agevole.
C.J. era partito poco dopo le mezzanotte dalla sua country house sui colli piacentini e si era cosi' presentato alla Malpensa verso le due di notte, con un anticipo imbarazzante. Era sempre cosi', quando prendeva un aereo da solo. Arrivava tre o quattro ore prima dell'orario di imbarco, mai dopo. Forse lo faceva per non rischiare di restare a casa per un intoppo qualsiasi. Forse per sdrammatizzare un pò la tensione (C.J., è risaputo, ha una fottuta paura di prendere l'"apparecchio", come dicono i vecchi delle sue parti), e comunque la notte prima della partenza non riusciva a prendere sonno. O forse perchè, alla fine, non gli dispiaceva immergersi in quel luogo non luogo anonimo e spersonalizzante che è l'aeroporto, dove poteva vagare ovunque, come fosse fuori dalla dimenzione del tempo e dello spazio.

Al suo arrivo alla Malpensa, C.J. aveva commesso il primo errore tattico. Aveva deposto l'auto in un parking collegato al Terminal 2, sottovalutando la necessità di appuntarsi il numero del suo posteggio o, almeno, il livello sotto terra. Al ritorno, C.J. e i suoi compagni di viaggio setaccieranno per una buona mezz'ora le rampe e i corridoi labirintici del parcheggio, nella speranza di ritrovarla, per poi gettare la spugna e chiamare l'assistenza. Dopo di che, i tre malcapitati (Paul, Steve e Winnie) assisteranno alla scena altamente comica di C.J. che, a bordo dell'auto dell'assistente, parte alla ricerca della sua auto perduta nei meandri del sotterraneo.
(Se fosse finita qui, va là. Non contento, C.J. successivamente non troverà neppure il biglietto del parking e per uscire da quella che ormai era una vera e propria prigione sarà costretto a pagare una sanzione. Il biglietto, va detto a costo di peggiorare - e di molto - la sua situazione, era riposto nell'apposita tasca sull'aletta parasole del guidatore, il suo posto di più ovvio, e dove peraltro da subito Steve gli aveva detto di controllare...)

Tornando al nostro, l'avevamo lasciato là che si aggirava in quelle enormi sale dai pavimenti lucidi di graniglia e le fredde luci al neon, facendosi spazio tra visi stanchi e hostess che si truccavano davanti a minuscoli specchi.
Dopo il consueto tour tra profumi costosi, oggetti inutili e cataste di riviste in lingue sconosciute, si era fermato un momento nell'unico bar che aveva davvero l'aria di un bar, per prendere un caffè e un croissant, ovviamente riscaldato nel forno microonde. Si era poi trasferito in una sala d'aspetto, per immergersi nella lettura del suo libro delle vacanze (dovevano essere i racconti di Lansdale, "In un tempo freddo e oscuro", Einaudi Stile Libero).
Inutile cercare di prendere sonno.
Dopo qualche tempo, con gli arti inferiori anchilosati a cuasa delle strane posizioni assunte sulla poltrona in plastica rigida durante la faticosa lettura - mezzo seduto mezzo sdraiato, leggermente inclinato verso l'esterno, con la testa appoggiata ad una spalla - era stato costretto a rimettersi in moto, senza alcuna meta.

Quando arrivò il momento dell'imbarco, C.J. era ormai sopraffatto da una stanchezza indicibile. Aveva le mani sudate e le gambe gli dolevano.
Trascinatosi sino al gate della Lufthansa, fu per lui davvero una pessima sorpresa sapere che il volo per Francoforte - doveva fare scalo in quella città - era stato annullato per un problema tecnico.
Problema tecnico? Che problema tecnico?
L'hostess della compagnia tedesca fronteggiava l'ira dei passeggeri con distacco glaciale, persino con noia: "Non funzionano le luci di sicurezza sull'ala sinistra dell'aereo".
E chi se ne incula?, venne da pensare a C.J., piuttosto innervosito: aveva solo tre giorni e mezzo per visitare una metropoli immensa, grande come l'intera provincia di Piacenza, e adesso doveva buttare nel cesso mezza giornata per via di una lampadina bruciata...
La pressione verso la porta dell'imbarco stava salendo, finchè venne fuori il comandante che, dopo essersi scusato a nome della compagnia Lufthansa per l'inconveniente, ribadì che il guasto non era riparabile in tempi brevi e invitò i gentili passeggeri a tornare al check-in per sapere su quale volo sarebbero stati reindirizzati.

Il nuovo volo di C.J., per la cronaca, venne fissato per mezzogiorno meno dieci.
Doveva passare altre cinque ore in aeroporto.
Dove avrebbe sbattuto la testa?
Avrebbe fatto la fine di Tom Hanks?


mercoledì 14 novembre 2007

Ci hanno preso proprio tutto


Tempi duri per il magenta. Il colore, che negli anni novanta è stato protagonista di un film con Rutger Hauer, Sotto massima sorveglianza, oggi lo è di un dibattito che coinvolge la Comunità europea e due aziende multinazionali. Il suo codice (CTM 002534774) è stato infatti registrato e acquistato dalla Deutsche Telekom e se in Germania un utente vuole utilizzarlo sul proprio computer non può farlo. Sul sito www.freemagenta.it, provocatoriamente, hanno rappresentato la situazione con una finestra che dice: "Attenzione, questo colore non è tuo". La "T" della Telecom tedesca è di color magenta e l'azienda considera la tonalità parte integrante del marchio. La Red Bull, da parte sua, ha acquistato il blue/silver, la combinazione cinquanta per cento/cinquanta per cento di blu e grigio, parte integrante del suo logo. Il suo codice di registrazione è 002534774 e quello RGB è 000f75 - a6abb5. E il blue/silver della bibita energetica sta incontrando gli stessi problemi della compagnia telefonica tedesca. Un po' come nel film, insomma, il colore continua ad essere "sotto massima sorveglianza". Anche perché la Comunità europea di recente ha fatto notare alle due aziende che ciò che hanno fatto è illegale. Registrare un sito, un nome, si può. Ma, come recita l'art. 4 del Regolamento Ue sui marchi registrati questo è possibile "solo per i simboli rappresentabili graficamente". I colori, insomma, no. E ciò, a scanso di equivoci, è ribadito dall'art. 7 dello stesso regolamento: "Non si possono registrare simboli non conformi a quanto previsto dall'art. 4". Una preclusione chiarissima, che sta creando non pochi problemi alle due multinazionali.

(da Repubblica)


E il fuffian?
E' ancora libero?
Ad Agnese potrebbe interessare...
se venisse via ad un buon prezzo, penso che la cosa si possa fare...

A proposito di Stipe


Stipe, abbiamo visto, ama New York.

Ma poi viene a magnare a Piacenza....


Strano incrociare una leggenda del rock come Michael Stipe, leader della storica band R.E.M., per le vie del centro storico di Piacenza. E' capitato a molti residenti, rimasti davvero di stucco osservandolo passeggiare con il suo chitarrista Peter Buck.L'artista americano era in compagnia di un dirigente della Warner Music, e con gli increduli fans piacentini è stato molto disponibile, rilasciando autografi e facendosi fotografare con i cellulari. Il frontman dei R.E.M. e il suo entourage erano a cena all'Antica Osteria del Teatro, che ancora una volta si conferma uno dei ristoranti italiani più conosciuti. Secondo i racconti di Chiappini Dattilo Michael Stipe, grande appassionato di vino, si è fermato a visitare la cantina. Dal menù ha scelto i tagliolini neri con ragoût di calamaretti, piselli e vongole veraci al profumo di limone e pesto al prezzemolo,poi una trota della Val Trompia affumicata con legni aromatici delle nostre vallate e per finire una treccia di branzino all’olio extravergine, timo, pomodoro e sale grosso.


da Piacenzanight.com
La vignetta (strepitosa) è invece apparsa sul numero di ottobre di Linus

venerdì 9 novembre 2007


Esce in questi giorni "Comic Opera", l'ultimo lavoro di Robert Wyatt.

Ovviamente, accogliamo la notizia con gioia e trepidazione, anche se si tratta, per la verità, di una raccolta di rarità, b-sides, cover già note e qualche inedito.

Ma si vada poco per il sottile: tutte le volte che il maestro inglese decide di allietarci con la sua voce soave ed eterea e con il suo drumming pacato, noi si gode. Non sarà il suo album capolavoro, ma cara di grazia.

Ne sapremo di più dopo il primo ascolto.

Per ora, possiamo solo apprezzare il titolo, "Comic Opera", che tradotto sta a significare "Opera Buffa".

Ricorda qualcosa?

Un altro grande, Francesco Guccini, al quale Wyatt è accomunato dalla classe, da una bella barba grigio-bianca - a dire il vero quella dello Zio Bob è di un altro pianeta, a questo livello possono competere solo Osama e qualche rabbino - e da simpatie politiche tutt'altro che moderate, ha intitolato così un album goliardico e giocoso di metà anni Settanta: lì sopra c'era la Fiera ad Sen Lazar, il Bello - quello che con la brillantina in testa montava la Gilera - e anche la Genesi ("modestia a parte, certe cose mi vengon da Dio").

Lo stesso Guccini che poco dopo, molto più arrabbiato, molto più avvelenato, scriverà versi al vetriolo sulla critica musicale: "tanto ci sarà sempre, lo sapete, un critico fallito un pio un teorete, un Bertoncelli o un prete, a sparare cazzate".

(Racconta Guccini che Bertoncelli non se la prese, ed anzi che quello fu l'inizio di una bella amicizia) .

Lo stesso Bertoncelli scrive ancora su Linus.

Ecco la sua recensione di "Comic Opera".

Prendete il titolo con beneficio d’inventario e, se proprio, considerate che il disco è più "comic" che "opera": riflessioni fra il dolce e il gioioso, lo smarrito e il malinconico di un attempato Peter Pan che non smette di volare libero su per i cieli della musica, mescolando i colori del suo astuccio ben noto - vecchio jazz buona maniera, etnica del terzo mondo, pop intellettuale, inni politici. Robert Wyatt ha diviso l’opera in tre atti ma è più gioco che realtà, e di certo non uno schema che lo vincola; di fatto, anzi, questo è il suo album più anarchico da tempo, con una serie di idee abbozzate, pensieri da approfondire, pagine non sue (l’iniziale Stay Tuned viene da Anja Garbarek) e anche brani già editi (nel terzo atto briciole ben note di Robert Pollicino, da una versione di Del mondo dei CSI alla Cancion de Julieta di Garcia Lorca fino a Hasta Siempre Comandante Che Guevara, da un album di Maurizio Camardi). Come sempre con il nostro uomo, un album non è merce ma un pezzo di vita, e fare un disco "non un piacere astratto ma uno stare in compagnia. Per questo ho sempre amato Ellington e Mingus, le big band: perchè ogni personaggio di quelle orchestre aveva un carattere specifico e definito, perchè in sala suonavano esseri umani e non solo musicisti".La compagnia di Comic Opera è ben nota, e gradita: Brian Eno, Paul Weller, Gilad Atzmon, David Sinclair, Annie Whitehead la moglie Alfreda e Phil Manzanera, naturalmente, che ha messo a disposizione anche il suo studio.

giovedì 8 novembre 2007

NY, 01 - LASCIARE NEW YORK NON E' MAI FACILE


Michael Stipe ha ragione.

C.J. stava lasciando la città sul solito taxi sgangherato, con la carrozzeria ammaccata e le portiere cigolanti. Era già buio, per cui non sa dirvi se aveva ancora i copricerchioni. Ne dubita, comunque.
Esausto, restava sprofondato nel sedile in velluto a coste larghe, con l'imbottitura sfondata a tal punto che sembrava di essere seduti direttamente sull'asfalto.
Il tassista, un greco corpulento con due avambracci muscolosi e mani come badili, si spostava nervosamente da una corsia all'altra, nella ricerca vana di uno spiraglio nel muro di ferraglia che correva verso nord.
Gesticolava in modo vistoso, sacramentando contro chi (a suo dire) gli tagliava la strada.
Sembrava avere una fretta tremenda.
Non che fosse preoccupato che C.J. arrivasse in tempo all'aeroporto. C.J., d'altro canto, non gli aveva fatto cenno riguardo l'orario d'imbarco. Si era limitato a pronunciare, nel suo inglese timido, le semplici lettere: "J.F.K.".
Il problema è che il greco lavorava a cottimo. Più corse faceva, più guadagnava.
Ed erano di nuovo fermi.
Il tassista scrollava la testa, come in trance agonistica, irritato per l’ennesima coda che non si muoveva di un millimetro.
Il traffico a New York doveva essere sempre così, ma lui non sembrava essersi rassegnato.
A lungo, nel taxi regnò il silenzio.
- Siamo ad Harlem?, chiese C.J. provando a rompere il ghiaccio.
- Non ancora, fece lui, - ci saremo tra tre o quattro isolati.
- Mi piacerebbe vedere Harlem.
Il greco annuì. Si stava rivelando una guida turistica alquanto stitica. Si limitò a indicare a C.J. l’Apollo Theatre.
- Very famous, aggiunse.
- Dove?
- Dall’altra parte della strada.
C.J. domandò da dove veniva. Veniva da un piccolo paese di montagna, nel Peloponneso. Una montagna arida e assolata, dove non cresceva nemmeno la vite. C'erano solo fichi d'India. Suo padre era un pastore, ed anche suo nonno lo era stato. Lui, quando aveva raggiunto la maggiore età, era scappato in America. Non aveva nessuna intenzione di passare la sua vita a correre dietro a delle pecore.
- A New York stai bene?, fece a un certo punto il nostro.
- Yeaaaahhh.
Era un grugnito incomprensibile. C.J. non capì, sulle prime, che stava a significare un sì.
- Il tuo lavoro ti piace?
- E’ stressante. Sto su questa macchina da lunedì al sabato, dalle 7.00 della mattina alle 9.00 della sera… sempre incolonnato… ma non mi lamento. Nella vita ho fatto anche di peggio.
- E la domenica?
- La domenica? La domenica dormo.
- Vivi solo?
- Sì, naturalmente.
- Cazzo, pensò C.J., costui passa la vita sul suo sedile immerso nel traffico di New York. Roba da farsi prendere la nostalgia delle pecore…
- Quand’è l’ultima volta che sei stato in Grecia?
- Saranno ormai quindici anni. Fu per il funerale di mia madre, povera donna. Dio la benedica. In ogni caso, rimasi solo poche ore.
Passarono a fianco dello stadio per il baseball, nella zona di Staten Island. Il greco lo indicò a C.J. con un certo stupore, come se fosse stata la prima volta che lo vedeva.
- Vai mai a vedere gli Yankees?, domandò C.J.
- No, io sono per i Mets. Una volta andai a vederli, poco tempo dopo essere arrivato qui. Adesso li vedo in tv, quando capita. Il biglietto costa troppo.
- Davvero non te lo puoi permettere?
- Qui la vita non è facile. E’ vero, ci sono opportunità di lavoro per tutti, ma con che salari? Mi ammazzo di lavoro sei giorni la settimana per riuscire a pagare l’affitto di un misero bilocale a Brooklyn. Se alla fine del mese avanza qualcosa, e non sono rimasto con il frigorifero vuoto, mi prendo una scatola di sigari cubani.
- Così questa è la vita, a New York.
(C.J. adesso pensava ad alta voce.)
- Sì, anche. Ti dico una cosa: stringo i denti ancora cinque-sei anni e poi vado in pensione, e allora mando a fare in culo tutti questi figli di puttana, disse, indicando una ad una le auto che ci affiancavano a più riprese, secondo un ritmo costante, come fossero legate alla loro da un enorme elastico invisibile.
- E poi cosa farai?
- Ancora non lo so.
- Tornerai al tuo paese?
- Non ci ho ancora pensato. Ma oramai là non ho più nessuno, i miei parenti sono morti tutti. E’ rimasto solo qualche cugino di secondo grado.
- Mi dispiace, disse C.J., ricordandosi di non avere in precedenza nemmeno commentato del funerale della madre (come se fosse del tutto naturale fare le condoglianze ad uno sconosciuto quindici anni dopo la morte di sua madre.)
- Non che qui abbia poi così tanti amici. Due o tre colleghi con i quali ogni tanto si beve una birra al pub la sera, dopo aver smontato dal lavoro. Il fatto è che io sono un newyorkese, adesso.
L’auto sbucò da un lungo tunnel male illuminato, e, improvvisamente, apparve alla loro destra lo skyline di Manhattan al tramonto.
Uno spettacolo impressionante.
C.J. restò, quasi instupidito, a fissare a lungo quella teoria infinita di luci che si accendevano e si spegnevano ad intermittenza.
- La vedi là, Manhattan?, fece lui.
- Cristo, certo che la vedo.
- Capisci, adesso, quello che sto cercando di dirti?

mercoledì 7 novembre 2007

Agnese dolce Agnese

Ieri Agnese ha compiuto quattro anni.
Mentre la portavo in braccio sino all'ingresso dell'asilo, mi ha detto: "Sei il papino più bello del mondo".
A parte l'uso agghiacciante del termine "papino" - d'altronde i compagni d'asilo si chiamano Pier Emilio e Carlo Alberto - è stato comunque molto bello.
Un bacio.

martedì 6 novembre 2007

NY, 00 - CITTA' DI VETRO

New York era un luogo inesauribile, un labirinto di passi senza fine: e per quanto la esplorasse, arrivando a conoscerne a fondo strade e quartieri, la città lo lasciava sempre con la sensazione di essersi perduto. Perduto non solo nella città, ma anche dentre sé. Ogni volta che camminava sentiva di lasciarsi alle spalle sé stesso, e nel consegnarsi al movimento delle strade, riducendosi a un occhio che vede, eludeva l'obbligo di pensare; e questo, più di qualsiasi altra cosa, gli donava una scheggia di pace, un salutare vuoto interiore. Il mondo era fuori di lui, gli stava intorno e davanti, e la velocità del suo contitnuo cambiamento gli rendeva impossibile soffermarsi troppo su qualunque cosa. Il movimento era intrinseco all'atto di porre un piede davanti all'altro concedendosi di seguire la deriva del proprio corpo. Vagando senza meta, tutti i luoghi diventavano uguali e non contava più dove ci si trovava. Nelle camminate più riuscite giungeva a non sentirsi in nessun luogo. E alla fine era solo questo che chiedeva alle cose: di non essere in nessun luogo. New York era il nessun luogo che si era costruito attorno, ed era sicuro di non volerlo lasciare mai più.
Paul Auster, 1985.

lunedì 5 novembre 2007

NEW YORK, UN ANNO FA


L'anniversario della N.Y. Marathon, che come ogni anno si è svolta la prima domenica di novembre, ha invogliato C.J. a ricostruire un diario dello splendido viaggio dell'autunno scorso. Purtroppo, in soli tre giorni c'è stato solo il tempo per camminare, e camminare. Dunque non è stato possibile realizzare una moleskine. Chiedo ai miei compagni di vaiggio - e non - di aiutarmi in questa ricostruzione postuma.

Come scriveva un anonimo sulle strade di Brooklyn, "Finishing is your only fucking option!"

sabato 3 novembre 2007

Acqua



Una donna che aveva partecipato in California ad un concorso radiofonico su chi riusciva a bere più acqua è morta poco dopo essere rientrata nella sua abitazione. Il medico legale ha attribuito la morte di Jennifer Strange, 28 anni, alla quantità eccessiva di acqua ingurgitata durante il concorso, che si è svolto nella sede della stazione radiofonica KDND 107.9 di Sacramento (California). La donna, madre di tre figli, si era iscritta alla gara nella speranza di vincere il primo premio, un box per videogame Nintendo. I concorrenti avevano bevuto diverse bottigliette d'acqua senza poter andare al bagno. La donna, che non aveva vinto il concorso, aveva accusato un forte mal di testa poco dopo essere uscita dalla stazione radio per tornare a casa". E' la realtà che supera la fantasia. Ricordo un bellissimo racconto di A.M.Homes, intitolato "Achiappare i proiettili al volo" e compreso nella raccolta "La sicurezza degli oggetti" (Minimum fax, 2001) dalla quale è stato tratto un film con Meryl Streep.Anche qui era una stazione radiofonica, la z-100 ("una radio metal troppo fica"), che mette in palio un fuoristrada ("14.600 dollari; autoradio con mangiacassette, carrozzeria a prova di ruggine, ottimi pneumatici e alette parafango") al vincitore di una singolare prova di forza che si svolge all'interno di un centro commerciale: i partecipanti devono rimanere attaccati alla macchina con una sola mano per tutto il tempo, con una pausa di cinque minuti ogni ora.Frank non è stato ammesso alla gara: hanno preso "i primi venti che sono stati i centesimi a chiamare quando la z-100 ha passato "Roll my wheels" dei Poizon Boiz". Tra di essi, la madre di Julie sta resistendo. "La madre di Julie e un tizio più giovane di dieci anni erano rimasti gli unici concorrenti rimasti. L'uomo portava una maglietta che gli aveva fatto la sua ragazza, con sopra scritto "Giù le mani dalla mia macchina". La madre di Julie si era tolta le scarpe, e si era arrotolata i gambaletti fino alle caviglie. Le caviglie sporgevano viola e gonfie fuori dalle calze di nylon. Continuava a spostare il peso da un lato all'altro, da un piede all'altro. (...) Aveva la pelle smunta, gli occhi le erano sprofondati dentro la testa. Il nero che aveva intorno agli occhi era pesante come se qualcuno lo avesse disegnato col carboncino. Basta!, voleva urlare Frank. Basta. Datele la macchina. Se l'è guadagnata."La madre di Julie cede di schianto."Quando i giudici si avvicinarono alla madre di Julie, le presero le mani e gliele riabbassarono lungo i fianchi. Le braccia le caddero giù come leve a cui si fossero spezzate le molle. Lei alzò gli occhi e disse: "Che c'è?". Julie acorse e cominciò a scuoterla: "Mamma, cretina, hai perso la gara. Hai perso quando ti mancava tanto così per vincere". Frank odiò Julie."