domenica 21 dicembre 2008

Pasquale

Uno pensa che in Molise non c'è un cazzo da vedere - cazzo ci sarà mai da vedere, in Molise? - e invece Termoli è una bella sorpresa.
Arriviamo piuttosto tardi, dopo un pomeriggio sulla spiaggia soffice di Ortona, dove il mare è una distesa di alghe e mucillagine di color petrolio. Il piccolo televisore del baretto del Lido dei Saraceni è sintonizzato sulle gare di ping pong di Pechino 2008. I pochi avventori, tra i quali un gruppo di tedeschi tatuati che trangugiano birre su birre giocando a scala quaranta, lanciano ogni tanto una sbirciatina al monitor in bianco e nero, più che altro per forza dell'abitudine. Cazzo, in quello schifo di monitor sfido chiunque a vedere la pallina. Un sms di Paulette ci avverte: oro a Minguzzi. E chi cazzo è, Minguzzi?

Termoli, dicevamo, è un borgo caratteristico con una lunga e larga spiaggia dorata, anche quest'anno bandiera blu, e il consueto trabucco, ovvero un'antica macchina da pesca diffusa in tutto il basso Adriatico, secondo alcuni importata dai Fenici.
Il castello svevo-normanno ospita una mostra di dipinti da dopolavoro ferroviario.
La Cattedrale romanica e le statue di marmo del sagrato si affacciano su una piazza bianchissima e tirata a lucido, decorata con una interminabile teoria di luminarie in ossequio alla Madonna d'Agosto.

Sui vicoli che si spingono sulle pendici del promontorio si affacciano piccole case imbiancate a calce. Imperturbabili e fieri, i vecchi si godono la brezza marina seduti su poltroncine di plastica bianca presso le soglie socchiuse, con quelle corde pelose che servono a non fare entrare le mosche e le zanzare.
Il Gambero Rozzo ci indirizza verso un locale in stile marinaresco all'estremità del corso principale, dove lo struscio non accenna a calare di intensità.
Prendiamo posto sotto una toppia in cannette di bambù, tira un'aria che sferza piacevolmente le spalle già rosolate a puntino.
Menù di pesce, ovvio.
Mi dovrò arrangiare.

Pasquale avrà compiuto sì e no quattordici anni.
Pasquale è il nostro cameriere.
L'approccio è professionale, la divisa bianca e nera impeccabile, l'accento marcato ma una grammatica tutto sommato accettabile.
Tuttavia, Pasquale inizia non benissimo: per usare un eufemismo.
Ovvero sbaglia tutti gli antipasti, nel tipo e nel numero, e subito si becca un cazziatone da un altro tipo che segue i suoi movimenti da pochi metri di distanza, si direbbe che il suo ruolo sia proprio quello di tenerlo costantemente sotto controllo.
Forse Pasquale sente troppo la pressione.
Infatti, di lì a pochi istanti si esibisce in un vivace battibecco con il titolare della pizzeria di fronte a noi, un energumeno con il grembiule tutto lordo e due enormi baffi corvini. I due si accusano a vicenda di portarsi via la clientela in modo sleale, par di capire. Finisce che si mandano a fanculo, sotto gli sguardi divertiti dei clienti e dei numerosi passanti. Quasi scatta l'applauso. Ci viene persino il dubbio che la scenetta sia stata costruita ad arte, così, per fare del sano folclore italiota.

Poi Pasquale infila una serie clamorosa di portate senza errori.
Cresce bene, Pasquale.
Ormai è da sufficienza piena, malgrado l'avvio un pò stentato.
Invece, nel momento in cui pensa di avere in mano la situazione, ecco che piombano davanti all'ingresso della trattoria due ragazzotti muscolosi con le canottiere firmate, le robuste collane d'oro e i capelli tirati all'indietro grazie a massicce dosi di brillantina.
Cercano Pasquale, fanno sapere.
Il tipo che lo tiene sotto controllo ammicca ai due e poi, da vero bastardo, entra nel locale e dopo alcuni istanti accompagna fuori Pasquale, quasi con la forza, il ghigno soddisfatto stampato sul volto di chi sta pensando: se hai fatto una cazzata adesso la paghi, piccolo stronzo che non sei altro.
I due si stringono attorno a Pasquale. Lo accusano di ronzare attorno alle due cameriere che servono in sala.
Pasquale adesso suda come un maiale.
Gira voce che dopo la chiusura del locale qualcuno se le porta in giro, gli dicono i due ragazzi impomatati da far schifo.
Pasquale nega.
E' visibilmente nervoso.
Non osarti a toccarle, lo minacciano.
Pasquale annuisce, mentre osserva le punte delle sue scarpe di vernice nera.
Poi i due se ne vanno senza fretta.
Per noi, è giunto il tempo di chiedere il conto.
Per Pasquale, invece, la serata torna a essere decisamente in salita.

sabato 13 dicembre 2008

Il pagellone del 2008

In attesa della consueta compilation di fine anno - ovvero "BEST_OFF 2008" a cura di Cj e Dj Paulette - ecco qui sotto il personalissimo pagellone di Country Joe sulle migliori uscite del 2008, un anno che certamente non occuperà grande spazio nelle future storie della musica pop. Non ci sono più le scimmie artiche a sollecitare le polemiche. Malgrado ciò vi invito a scrivere le preferenze e a votare il sondaggio sul disco dell'anno, lo trovate qui a fianco qui a fianco.

1. PORTISHEAD: "Third".


I grandi ritorni non convincono quasi mai, ma questo non è il caso. Il terzo album del gruppo di Beth Simmons - lungi dall'essere una sbiadita fotocopia dei primi lavori trip-hop e Bristol-sound - sperimenta con classe immensa atmosfere dark e incursioni rumoristiche, loop elettronici e tastiere in stile krautrock.
Per CJ è disco dell'anno.

2. GUS BLACK: "Today Is Not The Day... To Fuck With Gus Black"


Le più belle ballate folk dell'anno le troverete quasi tutte su questo splendido disco. Ha trovato posto nel mio cuore "Love Is A Stranger", la più bella di tutte. Il più bravo tra i discepoli di Leonard Cohen, tra i quali da citare i notevoli Scott Matthew e Adrian Crowley.

3. MAMIFFER: "Hirror Eniffer"


La rivelazione.
Sei straordinarie composizioni strumentali della pianista Faith Coloccia, originaria di Seattle, a metà tra Keith Jarrett di Koln e il post-metal da camera. Notturne, dilatate, eteree.
Da non perdere.

4. OASIS: "Dig Out Your Soul"
Dopo le numerose delusioni degli anni scorsi, CJ si è avvicinato con grande perplessità al nuovo lavoro dei fratelli Gallagher, anche complice un singolo non indimenticabile come "The Shock Of Lightning". Invece è bello assai, con tre-quattro pezzi di matrice folk-blues da ricordare: appena giù dal podio, ma grandi. Tra i superclassici, vince nettamente il ballottaggio con i Verve e i Coldplay, che peraltro a CJ continuano a non dispiacere (li trova anzi meglio di tanti presunti fenomeni made in GB). Malino Beck, meglio Tindertsicks e dEUS.

5. EVANGELISTA: "Hello, Voyager"
Un disco tutt'altro che facile, la critica la etichetta come songwriter post-punk o alt-rock e la paragona a Diamanda Galas, Lydia Lunch e Lisa Germano. Da mandare a ripetizione soprattutto i pezzi più quieti, tra i quali i blues sgraziati di "The Blue Room" e "Lucky lucky luck".

6. GIANT SAND: "Provisions"
Quando gli allievi fanno cilecca (leggi Calexico), tocca ai maestri metterci una pezza. E che pezza...

7. MERZ: "Moi Et Mon Camion"
Questo pazzo che gira il mondo intero a bordo del suo camion merita tutta la nostra attenzione. Songwriting di lusso.

8. BON IVER: "For Emma, Forever Ago"
Tra i migliori per la critica specializzata, assai meglio di MGMT (disco dell'anno per Rumore) e di altri assai gruppi di hippies fuori stagione ma più pubblicizzati (Vampire Weekend, Fleet Foxes, autori comunque di buoni album).

9. THE WALKMEN - "You & Me"
Gruppo newyochese con ascolti raffinati (Dylan, Jontahan Ritchman, Randy Newman, Ry Cooder).

10. CHANDEEN - "Teenage Poetry"
Dream-pop alla Cocteau Twins per questo gruppo tedesco (sono di Weimar).

giovedì 11 dicembre 2008

20 e 55

Mentre la sinistra si straccia le vesti in piazza in difesa del Compagno Murdoch, passa quasi sotto silenzio l'ennesima, geniale, intuizione del buon Tremonti, e cioè il provvedimento che rende più difficile e meno efficace l'accesso agli sgravi del 55% per gli interventi di riqualificazione energetica sugli edifici (in un primo momento addirittura con effetto retroattivo...)
Certo, l'innalzamento dell'aliquota Iva del 20% per le tv via cavo è una notizia assai più mediatica in quanto colpisce le due cose più care agli italiani: il calcio e la figa. Inoltre evidenzia una volta in più il clamoroso conflitto di interessi del premier. Va beh, il fatto è che è più forte di lui, adora promuovere leggi che lo favoriscono in modo spudorato. E' più serio il Vaticano: poteva appoggiare la richiesta francese per depenalizzare l'omosessualità, ma non ne ha voluto approfittare...

Ma la battuta d'arresto agli sgravi fiscali è una pessima notizia.
Avevamo iniziato male, con la battaglia - noi e i polacchi - contro il pacchetto clima della UE, battaglia che rispecchia il cronico ritardo nel raggiungimento degli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto: il rapporto internazionale Climate Change Performance Index del German Watch mette l'Italia al 44esimo posto nella classifica dei 57 Stati a maggiori emissioni di CO2, cioè quelli che producono il 90% dei gas serra a livello mondiale.
E ora si prosegue pure peggio, cancellando di fatto una delle poche cose buone ereditate dal recente passato.

Chi non è d'accordo, può scrivere il seguente testo al Governo per chiedere spiegazioni al riguardo, cliccando sul sito : http://www.governo.it/scrivia/scrivi_a_trasparenza.asp

Vorrei avere spiegazione scritta dei motivi che hanno portato ad approvare l'art 29 del decreto legge n.185 del 28 novembre 08. Esso rende più difficile e meno efficace l¹accesso agli sgravi del 55% degli interventi di riqualificazione energetica sugli edifici. Essendo una delle iniziative concrete fatte dal Governo per risparmiare energia e rispettare gli impegni presi con il protocollo di Kyoto, chiedo che l¹iniziativa venga ripristinata. Segnalo anche le gravi conseguenze economiche collegate ad una politica energetica che disincentiva risparmio energetico e micro-generazione distribuita, in quanto mette in difficoltà un reparto
economico di piccole e medie imprese che sono nate o si sono riqualificate attorno a questo indirizzo internazionalmente riconosciuto e perseguito con convinzione a livello europeo. Grazie


Per non finire davvero così:

domenica 7 dicembre 2008

http://ordini.maggioli.it/clienti/product_info.php?cPath=24_22&products_id=6151

martedì 2 dicembre 2008

Affresco


Prima di quella mattina, l'avevo visto in tutto tre o quattro volte.
Stava restaurando un affresco nell'androne di un palazzo del centro, proprio a fianco di un cantiere che seguivo per conto dello studio dove lavoravo all'epoca dei fatti.
Era un tipo alquanto strambo, con i lunghi capelli grigi raccolti in una coda di cavallo e un orecchino con un brillante al lobo sinistro. Portava sempre dei grembiuli assai logori, ed era così alto e magro che potevi scambiarlo per uno spaventapasseri.
L'avevo sempre salutato, in modo educato, niente più.
Qualche volta, forse, avevamo scambiato due chiacchiere sul tempo, le consuete frasi fatte sul freddo che non accennava a diminuire.
La settimana prima, mi ero effettivamente lasciato andare un istante, e gli avevo domandato come procedeva il lavoro: era ormai più di una settimana che stava scrostando lo stesso arco con un piccolo raschietto, e lui mi aveva risposto che purtroppo nel corso del tempo erano state date diverse mani di pittura, e adesso rimuoverle tutte per riportare l'affresco allo stato originario era davvero un lavoraccio.
Mi piace chiacchierare, in cantiere, se ne sentono delle belle. Coltivo anche diverse amicizie, tutte ovviamente a scopo di estorsione enogastronomica: un muratore di Cutro, si esprime in calabrese estremo, ogni settembre mi porta la 'nduia piccante e il pane fatto in casa, che dura più di dieci giorni e se lo metti nel tostapane pure di più. Quei demoni dei serbi e dei bosniaci, invece, mi hanno riempito la dispensa di quella loro grappa del cazzo, francamente imbevibile ma con un tasso alcolico assurdo, superiore a ogni altra cosa commestibile in commercio. E poi ti stupisci se si scannano fra loro senza apparente motivo.

Comunque, una bella mattina arrivo in cantiere e trovo il tipo in questione a terra, praticamente in trance, che fissa un punto nel vuoto sopra il ponteggio metallico, sgombro dei soliti attrezzi. Sembrava quasi che mi stesse aspettando.
- Stamattina è dura, gli faccio io, tanto per dire qualcosa.
Lui mi osserva in modo talmente intenso che ho paura di avvicinarmi oltre.
- Bevi un caffè?, mi chiede, uno strano ghigno dipinto sul volto.
- Ehm, volentieri, grazie, rispondo.
Per essere sinceri, l'ho appena bevuto, ma il tipo mi sembra talmente fuori di sè che non oso contraddirlo.
Entriamo in un bar a pochi passi da lì e ci accostiamo al bancone.
Lui si stravacca su uno sgabello.
Poi si accende una sigaretta senza filtro, incurante del divieto.

- Mi hanno buttato fuori di casa, mi fa lui.
- Scu-scusa?, balbetto.
- Mia moglie. Mi ha buttato fuori.
- Ma come, ti ha buttato fuori? Così? Da un momento all’altro?
- E’ successo ieri. Sono arrivato a casa dal lavoro e l’ho trovata in camera nostra che stava svuotando l’armadio delle mie cose. Le mie camicie, i miei pantaloni, i cappotti, tutti sul letto. E’ finita, mi dice. Ti dò tempo fino a domani per fare su le tue cose e per andartene.
- Cazzo.
- Stronza...
- Ma com’è possibile, cazzo? Ci sarà stato qualche preavviso. Non avete mai discusso prima?
- Mah, le cose non andavano bene come nei primi tempi. Ormai non ci parlavamo più da diverso tempo. Ma da qui a buttarmi fuori…
- Cristo. Mi dispiace.
- Grazie.

Non so se è mai capitato anche a voi, ma per alcuni a volte è più facile aprirsi a confidenze anche scabrose con dei perfetti sconosciuti piuttosto che con persone che si conoscono da sempre e che magari si stimano anche.
Certo, in questi casi per il perfetto sconosciuto - il perfetto sconosciuto sono io - non è facile tenere una conversazione decente, senza scivolare in patetiche ovvietà.
Infatti:
- Figli?
Era una domanda del cazzo, lo so, ma non mi era venuto in mente niente di meglio. Cosa potevo dire a uno che non conosci in nessun modo in una situazione simile? Che le donne sono tutte uguali e bla bla bla, e tutte quelle cazzate lì che tu neanche ci credi?
- Una figlia. Una ragazza di quindici anni, mi dice lui mentre inizia a frignare come un bambino.
Gli metto una mano sulla spalla, chiedendomi perchè lo sto facendo.
- Merda. E come l’ha presa?
- Direi bene, sbuffa lui. Era in camera sua che chattava con gli amici, e si è affacciata all’uscio per dirci di abbassare la voce.
- Wow... Beh, devi capirla, a quell’età. Comunque, vedrai, se ne farà una ragione.
- C’è un altro uomo.
- Ne sei sicuro? Non sempre è così automatico...
- Ti dico che c'è un altro uomo!, ribatte.
Io annuisco con un cenno del capo.
Segue un silenzio che a me appare interminabile.
Mi guardo intorno alla vana ricerca di un appiglio, di uno spunto qualsiasi per tirarmi fuori da quella situazionecosì imbarazzante.
All’improvviso i suoi occhi si riempono di rabbia che schiuma, e strilla:
- SAI DA CHI SI FA SCOPARE LA TROIA?
- Co-cosa?
- SAI DA CHI SI FA SCOPARE LA TROIA?
A quest'uomo sfugge un piccolo particolare, cazzo: no che non lo so da chi si fa scopare tua moglie, non so nemmeno chi sia, quella troia di tua moglie…
- Da quello che ripara le scarpe al centro commerciale!
- Bastardo...

Lui è lì che fissa il bancone in finto granito, giocherellando con la bustina dello zucchero di canna.
Gli altri avventori, pochi per la verità, ci osservano divertiti.
A un certo punto io decido che il discorso sta andando troppo in là: in tutta franchezza, quell'uomo mi faceva pena, ma non avrei saputo come fronteggiare la situazione. Con ogni probabilità, il mio occasionale ospite si sarebbe spinto a raccontarmi i dettagli della sua crisi passionale, e davvero io non sarei stato l’interlocutore ideale. Come confidente sono sempre stato un cesso. Anche nella mia fase adolescenziale e post, sono sempre stato tenuto alla larga dal grande giro dei pettegolezzi, e venivo sapere le storie più piccanti riguardanti i miei compagnie le mie compagne sempre per ultimo. Cazzo, mica potevo offrirgli ospitalità, io quest'uomo nemmeno lo conoscevo, mica potevo proporgli - come da copione - di stabilirsi temporaneamente da me, per i primi giorni, fintanto che non trovava una sistemazione più definitiva.

Allora butto lì un paio di scontatissime frasi sul tema: vedrai che tutto si aggiusta, oppure: torna indietro di sicuro, vedrai, mentre cerco di congedarmi chiedendo il conto alla barista, che nel frattempo aveva ascoltato sempre più incuriosita la nostra conversazione.
Lui continua a scrollare il capo.
- Sei davvero un’amico, mi dice lui in fase di commiato.
- Figurati, dico io.

Quel pomeriggio ripenso più volte all'accaduto, e non riesco a concentrarmi sul lavoro. Appena solo le sei smonto, scendo in cortile, inforco la bici con le gomme sempre sgonfie e a tutta velocità mi dirigo verso il centro commerciale.
Lo voglio proprio vedere in faccia, mi dico, quel bastardo figlio di puttana.

lunedì 24 novembre 2008

Il cucchiaio e la neve


Sarà capitato anche a voi, almeno una volta.
Non potete vedere una partita di Champions perchè dovete andare, ad esempio, all'ennesima riunione di condominio per decidere la sostituzione delle grondaie in lamiera preverniciata e la tinteggiatura del vanoscala - le ultime tre volte avete dato la delega a quello del terzo piano, quel rottinculo che organizza sempre le riunioni tupperware, e se gli proponete di andare anche questa volta a vostro nome finisce che poi quello si incazza pure - e così decidete di registrare il match per vederlo con calma al rientro.
Tornando a casa, mettete in campo tutte le precauzioni utili e necessarie per evitare di venire a conoscenza del risultato.
Scegliete le strade più sfigate.
Camminate rasente il muro.
Evitate i bar e i luoghi di ritrovo notturni.
Vi infilate un passamontagna scuro per essere sicuri di non essere riconosciuti.
Spegnete il cellulare, perchè c'è sicuramente qualche amico stronzo che ha saputo e chi vi invierà un messaggio.
Per ora tutto liscio.
Ma.
Siete quasi sulla soglia di casa, siete lì che state frugando nel borsello alla ricerca delle chiavi, non si trovano mai, chiavi di merda, dove cazzo si saranno andate a cacciare, e dalla finestra di un appartamento lì di fronte percepite il flebile segnale di una radiolina a transistor:
- All'Olimpico, la Roma vince tre a zero. Cucchaio di Totti.

Merda.

Allora salite bestemmiando le scale, aprite la porta e lesti vi dirigete in cucina verso il frigorifero. Un sorso di birra ghiacciata e poi subito a letto, si fotta la partita, che gusto c'è adesso che sapete il risultato, e si fotta anche il cucchiaio di Totti.
(Che poi il cucchaio io ancora non l'ho visto, domenica sera ero nel bel mezzo del viaggio di ritorno da Lione, in un furgone ammaccato talmente saturo di flatulenze intestinali da assomigliare a un vagone piombato delle SS).

La stessa cosa è successa ieri mattina.
Io e Sandra eravamo ancora a letto, in quello strano e piacevole dormiveglia che precede la sveglia mattutina.
Fuori non era ancora l'alba.
Arriva un sms.
E' il Gio, che ci dice:
- E' nevicato!
Così, tanto per rovinarci la sorpresa: a lui faceva schifo che noi si aprivano gli antoni sul terrazzo, come tutte le mattine, e ci si trovava improvvisamente di fronte al magnifico spettacolo della coltre biancastra che ci circondava dappertutto.

Appena sveglia, Agnese guarda fuori dalla finestra.
Quasi le vengono le convulsioni, tanto ride di felicità.

Sandra le dice: hai visto quanta neve?, l'ha portata a casa il papà. E' andato fino in Francia per trovarne un pò.
Davvero?, dice lei, guardardomi con aria interrogativa.
Sì, dico io. L'ho comprata a Lione.
No, la neve scende dal cielo!, esclama, un sorriso dolcissimo stampato sul viso, come dire, non mi prendete in giro!

Ci vestiamo alla svelta, dopo una rapida doccia, e ci tuffiamo nei campi oltre il ruscello per dare vita a una furiosa battaglia di palle di neve.
Anche Oscar partecipa alla festa.
Con le mani ghiacciate, perchè le muffole sono durate un minuto, un minuto e mezzo al massimo, ma letteralmente ubriaca di gioia, Agnese sale sul suo seggiolino per scendere verso l'asilo.
Mentre le allaccio la cintura incrocio il suo sguardo, le sue grosse pupille nere sembrano palle di terracotta.
Con un filo di voce mi chiede, papà, davvero l'hai portata tu la neve?

mercoledì 19 novembre 2008

Feisbu'


Alla fine ho ceduto a chi ultimamente mi ha criticato di snobismo, e anche accusato di essere un tipo antisociale, e mi sono iscritto a Feisbu'.
Se devo dire tutta la verità, ero anche stanco di tornare a casa e la sera sentirmi dire da Sandy:
Hai saputo questo?
Hai saputo quello?
E io che non sapevo mai un cazzo...
Sulle prime ero scettico, d'altro canto già il blog da tenere su è un impegno, non sembra ma ci si deve dedicare un sacco di tempo.

Insomma, temevo si trattasse di una trappola.
Ho scoperto che mi sbagliavo: è una trappola mortale.

I primi problemi arrivano con l'iscrizione: provo e riprovo ad accedere come Country Joe, spostando nome, cognome e soprannome in infinite possibilità combinatorie, ma inesorabilmente vengo rifiutato da Feisbu', quello stronzo, con la scusa che il mio nome "non è credibile".
Vi chiedo:
BED SABIDDA è credibile, come nome?
In cosa è meglio di "COUNTRY" JOE MENZANI?
Per quale cazzo di motivo non posso chiamarmi così, mi chiedo.
E se mia mamma fosse dell'Alabama? Non lo sanno, quelli di Feisbu', quei poveretti, che noi in casa giriamo ancora con un cappuccio bianco in testa?
Dopo ripetuti e sterili tentativi, alla fine mi vedo costretto a iscrivermi con il mio vero nome e cognome.
Si parte male.

Subito vengo invitato a compilare il mio profilo, è una roba che non mi aspettavo: butto giù qualcosa, scrittori soprattutto, e decido che ci tornerò sopra in futuro. Soprattutto la "musica preferita" è un vero guaio: cazzo ci metto in poche righe? Dovete lasciarmi il tempo di rifletterci sopra, non potete pretendere che in pochi minuti possa raccontare oltre venti anni di vita!
Non ho ancora finito di espletare tutte le formalità, che quel demonio di BlackBado mi chiede se voglio diventare suo amico.
E allora ti chiedo, d'un bastardo, a parte il fatto che siamo amici da una vita, ma dove cazzo eri ad aspettarmi, eri nascosto nel mio modem?
Accetto di diventare amico di BlackBado. (Spero di non pentirmene in futuro. Finge di essere diventato un socialdemocratico, ma secondo me quello lì è ancora un comunista...)

Quaado sono dentro, è un disastro, è come essere in mare aperto.
Non ho riferimenti.
Non ho coordinate spazio-temporali.
Insomma, non ci capisco un cazzo.

Palesemnte disorientato, mi faccio spiegare qualcosa dai più navigati.
Mi dicono: la figata è che puoi ritrovarti con gente che non vedi o non senti da anni.
Bene, allora, non mi resta che andare a cercare tutte le persone che hanno avuto un ruolo importante nella mia vita, tipo, che so, il mio istruttore di scuola guida, oppure quello che faceva il chierichetto in San Savino che si mangiava le caccole del naso dopo averle appallottolate con estrema cura, il mio vicino di banco che in prima superiore mi dava del lei, o ancora il panettiere da cui avevo aperto il conto quando andavo alle medie, quel bastardo avido e rancoroso.
Cazzo, ma ci vuole del tempo.
Allora clicco a random sui profili dei miei amici e chiedo di diventare amico di cani e porci, ma non tutti accettano. (Però sono amico di Padre Pio - spero non venga a leggere il blog - e anche udite udite di Jeffrey Lebowski).
Poi provo a districarmi tra le bacheche, i gruppi, le notifiche, ma la cosa mi mette in soggezione: perchè siete tutti li a gaurdarmi?
Non potete farvi un pò i cazzi vostri?

Il giorno dopo mi arriva un messaggio da Sandy, mia moglie da otto anni (correggimi se sbaglio, era il 2000, no?).
Dice che accetta di diventare mia amica.
Cristo, mi dico, ho sposato un'estranea?

sabato 15 novembre 2008

Uomini e topi, 02


L'altra notte è tornato.
Solita ora, cinque in punto (non sgarra di un minuto).
Sandy si sveglia per prima, un pò in ansia, poi anch'io vengo disturbato da alcuni strani rumori che provengono dal tetto di camera nostra.
Sulle prime, pensiamo si possa trattare di qualche gazza o qualche cornacchia che zampetta sulle tegole in cerca di vermi o scarafaggi, capita spesso, non dormono mai, questi uccellacci.
A pensarci bene, cazzo ci fa una cornacchia sul tetto con questo tempaccio?
Piove ininterrottamente da tre giorni.
L'argilla nei campi è zuppa, e il Trebbia è salito pericolosamente, un'immensa colata di melma e fango spinge sui piloni in mattoni del vecchio ponte di Statto.
Restiamo in trepida attesa.
Qualche minuto dopo, lo stronzo ci passa proprio sopra i nostri nasi.
Percepiamo distintamente ogni singolo passettino.

Non dovresti essere in letargo, testa di cazzo di un ghiro?

Perchè cazzo non ti fai i tuoi sei mesi di riposino invernale invece di rompere i coglioni a noi, che a differenza tua si va a lavorare tutte le sante mattine?
Ovviamante lui se ne fotte, il piccolo bastardo (lo sapevate che arriva a misurare al massimo 30 cm, di cui ben 12 di coda?).
Fa lo stesso tragitto più volte, avanti e indietro, avanti e indietro.
Poi lo sentiamo trascinare qualcosa sulle tavole di abete grezzo. Molto lentamente. Deve fare una fatica enorme. Si ferma per prendere fiato, e poi riparte in direzione del suo nuovo fottuto rifugio.
Adesso è tutto chiaro.
Lo stronzo sta facendo un trasloco.
Probabilmente la vecchia tana è stata disturbata da qualcosa o da qualcuno, che so, da un uccello predatore, o forse si è spostata una tegola e quindi improvvisamente si è trovato alla mercè della pioggia incessante.
In ogni caso, continua imperterrito a sportare le sue cose da un posto all'altro: per la precisione, il suo nuovo indirizzo è localizzato in prossimità del cuscino di Sandy, un paio di metri sopra voglio dire, abbastanza vicino al canale della gronda. Deve stare attento a non piombare giù, lo stronzo, se nel sonno gira il gallone si ritrova spiaccicato sulla ghiaia.
E lui continua a trascinare i suoi effetti personali.
Ma quanta roba si porta dietro? Cazzo, uno pensa che un ghiro si possa accontentare di una semplice alcova, fatta di un pò di foglie secche e di rametti intrecciati, oppure di una lastra di poliuretano espanso. Questo qui pare stia arredando un trilocale. Ancora un pò e chiama Casana, il coglione. Cosa si porta dietro, il cassettone dell'ottocento? Il servizio da dodici che era della povera nonna? Il decoder di sky?
Forse sta facendo scorta di cibo, abbiamo letto su Wikipedia che in autunno l'animale aumenta notevolmente di peso, accumulando così una notevole quantità di grasso che gli sarà essenziale per sopravvivere durante il lungo letargo invernale.
Ce lo immaginiamo tutto intento a impacchettare le noci e le noccioline con il nastro adesivo marrone, e ci viene da ridere.
Poco prima dell'alba, i rumori cessano del tutto.
Buonanotte, stronzetto, gli dico.
Finalmente riusciamo a prendere sonno, anche se tra pochi minuti suonerà la sveglia, puntuale come Natale.

lunedì 10 novembre 2008

Ritorno a Spora, 01


Funghi, zero.
Perchè potrei anche mentire dicendo che si è organizzata una passeggiata nei boschi del Monte Penna per respirare aria buona e fare due fotografie eccetera eccetera, ma in realtà la speranza è trovare qualche bel porcino da friggere impanato in padella.
E invece non ne troviamo nemmeno uno.
E' la seconda volta, quest'anno.
Va bene che quest'anno non ce n'è, lo dicono tutti al bar, a Travo, ma ho il sospetto di aver bisogno di una visita oculistica.
Ma poi dico, proprio dello stesso colore delle foglie secche, dovevano farli, sti benedetti porcini?
E perchè non blu, cazzo, o rossi? Le amanite, quelle sì che si vedono bene, e infatti: se le mangi non duri più di un quarto d'ora.
E' un disegno criminoso, ne sono certo.
Allora ripieghiamo su un piatto di polenta e una caraffa di vino rosso al rifugio, in compagnia di motociclisti tutti bardati di cuoio, con la bandana d'ordinanza e gli anfibi sporchi di fango, e alcune coppie stagionate, col vestito della festa, in trepida attesa che nel salone delle feste il leggendario Alberto Kalle possa dare il via alle danze con la sua inseparabile fisarmonica.

Nel pomeriggio facciamo tappa a Spora.
Nulla è cambiato, o quasi.
Parcheggiamo le auto nel piazzale inghiaiato, è vuoto, forse un pò meno grande di quanto me lo ricordavo. Verso valle, la ringhiera è ormai arrugginita, e cosi pure la piccola panchina in cemento sotto il crocifisso è in condizioni critiche. Oltre la strada, dove una volta c'era l'osteria del Dado, adesso c'è un recinto per i cavalli.
La copertura del box, quella che una volta era il nostro solarium pomeridiano, il luogo dove sonnecchiavamo sui sacchi a pelo ascoltando il radiolone portatile, si sta sgretolando tutta e avrebbe bisogno di un intervento di manutenzione urgente.
La chiesa invece è in ordine, il campanile e le absidi sono state riverniciati da poco. Proprio sotto le absidi, sosteneva il vecchio Zanelli, l'unico a essere a conoscenza di questo segreto, si dovrebbe trovare ormai da diversi decenni un tesoro dal valore inestimabile. Povero Zanelli, quante volte ha provato a convincerci, a noi ragazzi, di scavare sotto le absidi alla ricerca del tesoro. Avremmo dovuto farlo di notte, per non dare nell'occhio. E avremmo diviso in parti eque, così aveva promesso. Noi fingevamo di credergli, e allora perchè cazzo non scavate, avrà pensato lui.
Ricordo il giorno che arrivammo su per la prima volta per il campeggio estivo della parrocchia. Ci fece vedere le varie stanze della canonica, esaltandone i pregi sino all'inverosimile, per poi terminare in fondo al corridoio con la visita al bagno.
- Ullallà, c'è anche il bagno!, disse estasiato.
Ridemmo di lui, almeno ora comprendo il significato di quelle parole.
Riconosco le varie finestre, la pensilina, persino il numero civico non è cambiato.
C'è ancora la fontana con la grande vasca in cemento, la vasca dove ci si lavava tutte le mnttine, poco dopo l'alba, buttandoci sotto le ascelle qualche manciata di acqua gelida, prima di partire per l'ennesima gita con la leggendaria Uaz del Ludo: riusciva a trasportarci in venti-venticinque alla volta, quello squilibrato di un prete, altro che punti della patente.
Circumnavigando il fabbricato, io e Agnese ci troviamo nel piccolo giardino sul retro, che poi tanto retro non è, essendo il sagrato della chiesa. Qui, oltre l'ingresso secondario della canonica, c'è un orto curatissimo, due file di pomodori e qualche ciuffo di insalata, e le zucche.
E' il segnale evidente di una presenza umana, più o meno fissa.
Allora non è disabitata, penso.
Mi sporgo oltre il cancello e vedo spuntare una suora che rastrella le foglie cadute con il vento. Sopra il muro di contenimento in sassi, c'è un filare di gelsi.
Mi viene incontro, la saluto.
E' piccola, più piccola di me intendo, e indossa un abito celeste e un paio di sandali, senza calze.
Le spiego che sono venuto a rivedere i posti dove ho passato tante estati, tanti anni fa.
Annuisce, e mentre ci incamminiamo verso il piazzale, dove gli altri erano rimasti ad aspettare, resta in assoluto silenzio.
Dopo qualche istante di esitazione, ci racconta la sua storia.
Vive qui da qualche anno, da sola in questa grande casa. Con l'aiuto dell'anziana madre ha riparato il tetto e ha sistemato le stanze del primo piano, dove ha anche trasferito la cucina e il refettorio, perchè al piano terra c'era troppa umidità e poi sotto le porte si infila una quantità di bestie.
Topi.
Bisce.
Scarafaggi.
Lei odia le bestie, dice.
(Non è proprio come San Francesco, penso.)
Ha uno sguardo duro, ma dolce.
Prima di venire qui ha fatto venti anni di clausura in San Raimondo.
Ma poi non ce l'ha fatta più, ed è venuta qui a vivere come eremita.
Ci guardiamo attorno e vediamo solo prati, e montagne, e boschi, e solo in lontanzana scorgiamo il fumo salire da un comignolo in pietra.
E pensiamo: che botta di vita.

mercoledì 5 novembre 2008

WAITIN' OBAMA BLUES

Alle due e venti il quadro è ancora a tinte fosche.
La CNN assegna a Obama 78 grandi elettori (come ampiamente previsto, gli stati della costa nord-orientale: Maine, Vermont, Massachussets, Connecticut, New Jersey, Delaware, Maryland, Washington DC e poi l'Illinois), anche se gli Exit Polls gli assegnano anche la Pennsylvania (7).
A Mc Cain 34 (nel midwest: Oklahoma, Tennessee, Kentucky, South Carolina).


Mi chiedo il motivo di questi dati a singhiozzo, e poi mi rispondo da solo, idiota, ci sono i fusi orari, e questo vuol dire che per la West Coast bisogna aspettare delle ore.
E' divertente cliccare sulla cartina degli USA, con tutti quegli stati disegnati, per usare una definizione di Caterpillar, da un geometra come fossero villette a schiera. L'unica difficoltà è abituarsi al fatto che gli stati rossi vanno a destra, e quelli blu a sinistra. La forza dell'abitudine: ho esultato quando l'Oklahoma è stato assegnato a McCain...

Ecco i primi commenti: Obama non sta vincendo ovunque, come preannunciato dai sondaggi degli ultimi giorni.
Anzi, il dato nazionale preannuncia un testa a testa: OBAMA: 6.155.244 (50%); MCCAIN: 6.015.600 (49%)
Sembra però che i dati reali non siano così significativi, nel senso che arriverebbero prima i conteggi relativi alle aree rurali, da sempre vicine ai conservatori.
Si diffonde tra i democratici una certa apprensione, per non dire pessimismo.
Oggi il Baldo diceva: gli USA sono un paese razzista, vedrai.
Per me la colpa è di Springsteen. In uno degli ultimi comizi ha cantato per Obama e il Boss, si sa, porta una sfiga pazzesca. Chiedete ad Al Gore e a quell'altro coglione, come si chiamava, sì, certo, Kerry.

In realtà, l'importante è capire come sta andando nei paesi in bilico: Obama è in testa in Florida con il 53%, in Ohio addirittura doppia McCain con il 66%: sono solo proiezioni, ma non si era detto che chi vinceva in Ohio aveva vinto? Nessun repubblicano è mai entrato alla Casa Bianca senza vincere l'Ohio, sono giorni che ci gonfiano i coglioni con 'sta storia.
Eppure stanotte prevale la prudenza.
Nessuno si sbilancia: ma siete giornalisti, merda, qualcosa dovrete pure dire! Tutti a dire: è troppo presto, dobbiamo aspettare, non tiriamo conclusioni affrettate. Cazzo, ma quando arrivano i dati definitivi siamo capaci anche noi di dire: ha vinto quello, ha vinto questo.
La calcolatrice la sappiamo usare.

Arrivano i primi dispacci di stampa.
LIBERO dà la vittoria a Obama: "STRANO MA NERO". , neanche i titoli del Guerin Sportivo degli anni '80...
IL FOGLIO: "Diamogliela vinta, dai, è un gran figo, e poi ci ha liberato da Michael Moore"

Alle due e quaranta esulta la folla radunata a Chicago: la Pennsylvania è di Obama! Sticazzi...
Invece ci spiegano che è uno stato chiave. A questo punto il ragionamento è questo: dando per scontate California, New York e altri stati della regione post-industriale dei grandi laghi, Obama avrebbe già i voti di Kerry del 2004. Un commentatore del TG24 ci spiega che, quindi, gli mancano solo 18 voti per diventare presidente.
Lui, Obama, inganna il tempo giocando a basket nel suo quartier generale.

Quelli che faranno la differenza - ci spiegano - sono i giovani della first global generation, oltre quattro milioni di nuovi elettori, quelli di MySpace e di Facebook, che sono per lo più studenti informatissimi, e sono tutti per Obama (sarà un caso?!).
Sono proprio i giovani delle aree metropolitane che, insieme agli afroamericani e ai latinos, daranno a Obama una vittoria storica.
Che piace per il suo innegabile carisma, per il suo fascino, la sua eleganza, la sua oratoria.
Per Toni Morrison, è addirittura un "poeta".
E poi il fatto della razza, per gran parte del paese, è assolutamente superato, è un problema inesistente, affermano i più.
Ma intanto, la Georgia va a McCain.

Adesso è ufficiale: non ci capisco più niente, con il dato nazionale delle 3.00 ora italiana:
OBAMA: 8.615.229 (49%) - MCCAIN: 8.683.168 (50%)
McCain conquista la cosiddetta America profonda: l'Arkansas (non è lo stato dei Clinton?), il Texas di Bush (ci mancherebbe) e l'Alabama (dove vanno a votare ancora incappucciati, e l'idea di un negro alla Casa Bianca proprio non piace).
Da Vespa, Buttiglione dice che Obama si è sganciato dalle lobby degli omosessuali e delle femministe. Il professore ha sempre in testa quelle robe lì, è proprio un gran maiale.
Un'analista americana, che è stata sua compagna di università, ci dice con aria sprezzante che Obama è di sinistra. Una rivelazione sconcertante. E la pagano anche, per dire 'ste cazzate.
E' un vegetariano, qualcuno aggiunge, ma non si capisce se per lui è una bestemmia o solo una stranezza da freak. Mangia solo un pò di sushi, ma non lo dice in giro perchè fa troppo snob: sono mesi che in campagna elettorale che è costretto a farsi fuori chilometri di hamburger con ketchup e cipolle...

La proiezione delle tre e venti vede Obama a 175, McCain 46.
Sembra che l'Ohio possa essere assegnato a Obama, è oltre il 57%(Fox News).
Sembra sia tutto finito.
Anche la CNN assegna l'Ohio a Obama.
Adesso anche la Florida diventa inutile.
Adesso si discute solo dell'entità della vittoria.
Da Vespa si discute se sarà all'altezza, si discute della sua capacità manageriale. La conclusione piuttosto grottesca è che, anche se è un negro, se è arrivato sino a lì qualche numero ce l'ha.

Alle quattro del mattino il sito di Repubblica.it titola:
OBAMA PRESIDENTE, IL SOGNO E' STORIA

Nel frattempo, a Chicago si sta radunando una folla oceanica.

martedì 4 novembre 2008

Facino Rosa


Le tapparelle filtrano la fredda luce al neon dei lampioni giù in strada, proiettando sul soffitto un’infinita sequenza di sottili linee parallele.
Fessure marziane di un azzurro sinistro.

Accovacciata sul bordo del letto, Rosa inganna il tempo cercando di stabilirne il numero esatto. Lo faceva spesso da bambina, prima di addormentarsi nella grande casa della zia, quando, nel buio della notte, si divertiva anche a seguire con lo sguardo il riflesso sulle pareti dei fari delle auto che correvano lungo la Provinciale.

Rosa stanotte ha dormito poco, e male.
E' riuscita a prendere sonno molto tardi, dopo aver ingerito l'ennesima pasticca prelevata dalla slitta di stagnola in bella mostra sul comodino.
Prima dell'alba, si è svegliata quasi di soprassalto, tra le lenzuola madide di sudore.
E ora è quì, un terribile mal di testa, mentre aspetta con impazienza che arrivino le sette.
Persino il fruscìo leggero, quasi impercettibile, delle foglie trascinate dal vento riesce a infastidirla. Rosa si alza di scatto, abbandonando le sue fette di pane tostato con burro e marmellata sulla tovaglia piena di briciole, assediata da un esercito di agguerrite formiche, e per l’ennesima volta si affaccia verso il marciapiede deserto. Osserva a lungo il disegno geometrico della pavimentazione in autobloccanti, nelle varie tinte pastello e, quasi ipnotizzata, cerca di ripetere lo stesso motivo con una serie di leggeri scatti di un dito della mano destra.
Un altro palese sintomo del suo nervosismo.

Rosa Facino fa l'insegnante alle scuole medie.
Rosa Facino ha poco più di quarant'anni, anche se ne dimostra qualcuno di più per via dei suoi lunghi capelli grigi e delle gonnellone larghe a quadri scozzesi che è solita indossare, e ancora non è riuscita a entrare di ruolo.
Così, ogni santo anno che il Signore manda in terra, per tirare avanti Rosa Facino è costretta a sperare in una supplenza annuale.

L'Aula Magna dell'Isituto Tecnico Industriale è stracolma.
Rosa fa il suo ingresso in punta di piedi, e, dopo una rapida carrellata sulla consueta e triste platea di precari per professione, si accomoda su una poltroncina imbottita dell'ultima fila. Lei è proprio il tipo che preferisce restare in disparte.
Ci saranno più di quattrocento persone, sussurra qualcuno alle sue spalle.
Forse anche più, mormora Rosa tra sè.
Le si fa accanto un ragazzo del sindacato, allenato così bene a intercettare all'istante lo sguardo smarrito degli ultimi arrivati.
C'è la lista dei posti da assegnare?, chiede gentilmente lei.
Sono finite le fotocope, dice lui.
(La solita sfiga, pensa lei.)
Adesso ne vado a fare ancora un centinaio, la tranquillizza lui. Al mio ritorno ti faccio avere tutte le liste. Comunque quest'anno ci sono pochi posti.
Po-po-pochi?, ripete lei balbettando, il terrore materializzato nei suoi occhi.
Molti meno dell'anno scorso, risponde lui, alzando le spalle come per dire, mi dispiace, non è colpa mia.
Questa sì che è una sorpresa: Rosa aveva infatti sentito dire che c'erano state molte richieste di prepensionamento, e anche qualche gravidanza in più del solito, e che quindi i posti vacanti erano diversi.
E invece si mette male.

La Commissione inizia i suoi lavori verso le dieci, che non è il massimo della puntualità, ma poteva andare peggio. Bisogna sempre pensare che potrebbe andare peggio, questo Rosa ormai lo aveva imparato bene.
Il meccanismo di chiamata è quanto di più diabolico una mente umana potesse mai immaginare. Lo speaker parte da una materia qualsiasi, questa volta matematica, e chiama i candidati supplenti iniziando da quelli in cima alle graduatorie ufficiali. Fin qui, tutto bene. La faccenda si complica assai nel caso di un candidato che, per esempio, viene chiamato per una cattedra di matematica ma che preferisce invece optare per un posto di fisica: in questo caso si riparte dalle liste di fisica. E così via, zig-zagando a random tra le varie graduatorie. Inoltre c'è la possibilità del sostegno. Tutti possono optare per il sostegno, e quindi se qualcuno lo sceglie si riparte da lì. Ma se subito un candidato chiamato per il sostegno, abilitato per l'insegnamento dello spagnolo, opta appunto per lo spagnolo, si riparte da spagnolo.
Se non avete capito, non preoccupatevi.
Rosa ci ha impiegato degli anni, per capire.

Passano i minuti.
Passano le ore.
Passano i candidati.

E intanto Rosa Facino cancella dalla lista tutti i posti già assegnati.
A metà pomeriggio, ancora non è stata chiamata, e i posti ancora da assegnare sono ormai pochi. Rimangono otto ore a San Giorgio e otto a Podenzano. Oppure dieci ore a Monticelli d'Ongina. A conti fatti, l'unica possibilità sono le sedici ore di Borgonovo.
Non può pensare di andare lontano, con la quella Uno scassata che si ritrova, sarà una Euro0, o Euro1 se gli va bene, con quella non si fanno vedere in giro neanche gli extracomunitari. Deve cercare di prendere tutte le ore in una stessa sede, così può usare la corriera.
Possibilmente non a casa del Signore.
Ma se ne vanno anche le dieci ore di Monticelli.
E le sedici di Borgonovo, le prende un ometto di mezz'età, basso e stempiato, e anche peloso, ma peloso all'inverosimile: mai visto uno con tutti quei peli addosso.

Stronzo!, pensa Rosa.

Rosa non diceva mai parolacce, ma quanto a pensarle, sì, che le pensava.
Anche se la vecchia zia, che l'aveva cresciuta da quando era morta sua madre, quando Rosa aveva solo sette anni, le diceva sempre che le parolacce è peccato anche a pensarle, non solo a dirle.
Che vada a cagare, la zia, pensa Rosa, mica si faceva questa trafila tutti gli anni per avere una supplenza annuale in qualche posto nel buco del culo del mondo.
Lo sapeva, la zia, cosa voleva dire fare l'insegnante di sostegno in una scuola media di periferia?
Lo sapeva, la zia, quante volte era stata insultata da ragazzini esagitati e maleducati, che le tiravano i cancellini sporchi di gesso sul sedere quando lei era alla lavagna a scrivere?
Lo sapeva, la zia, che l'anno scorso nella sua classe c'era un tipo che le faceva vedere l'uccello tutte le mattine?
Lo sapeva, quella vecchia baldracca, di quella volta che quel tipo si era persino masturbato sotto il banco e poi aveva spruzzato contro la parete dall'intonaco scrostato, proprio sotto la carta politica dell'Unione Europea?
Non aveva mai fatto un cazzo per tutta la vita, la zia, questa era la verità.
Continuava a ripeterle: devi fare questo e quello, devi fare come me, è così facendo che sono arrivata dove sono arrivata.
Rosa avrebbe voluto dirle, adesso: zia, sei una brava donna, ma dove cazzo sei arrivata?
Invecchi da zitella sola in una grande casa decrepita, sopravvivendo grazie alla misera pensione da impiegata di sesto livello alla Posta Centrale, e quello che avanzi lo spendi a fine mese dal parrucchiere. O in una canasta di beneficenza con le poche amiche che ti sono rimaste.
Non hai mai visto altro posto del mondo, è questo che hai sognato in gioventù?

A Rosa non resta che il sostegno.
Verso sera, mentre sta pensando che ancora non ha mangiato nulla da stamattina e che ha una fame da svenire, lo speaker pronuncia il suo nome per la seconda volta.
Facino Rosa!
Lei si riprende e alza la mano, e poi scende nel corridoio centrale dell'aula, esausta, appoggiandosi agli schienali delle poltrone per rimanere in equilibrio.
C'è ancora un posto di sostegno a Fiorenzuola, le dice il Commissario. Le interessa?
Rosa annuisce con il capo e, mentre le prime lacrime iniziano a scenderle sulle guance scavate dalla tensione, pensa: non si può andare avanti così per sempre, e intanto inizia a compilare i moduli prestampati.

«Tra i manifestanti nelle scuole ci sono dei facinorosi»

domenica 2 novembre 2008

L'ENDORSEMENT DI COUNTRY JOE

Un'amica mi ha inviato questo divertente video, reperibile sul sito www.moveon.org:



Tranquilla, non mi dimenticherò.
Non sarò certo io il "motherfucker" che consentirà a McCain di vincere per un solo voto...
Il 4 novembre mi recherò alle urne, farò anch'io la mia bella fila di cinque ore al seggio virtuale di "Travo, Oklahoma" e voterò per Barack Obama!

Siamo o non siamo cittadini del mondo?

CHANGE
WE NEED

mercoledì 29 ottobre 2008

MADRID, 03

Domenica 19 ottobre

L'autobus ci lascia in Glorieta Puerta de Toledo, teatro di un progetto di riqualificazione ad opera di Navarro Baldeweg, il quale sottolinea il carattere pubblico e istituzionale dei nuovi manufatti (un centro sociale, un centro per anziani, una biblioteca) elevandoli mediante un basamento di granito grigio che definisce il margine settentrionale della piazza e individua una sorta di piccola acropoli.
Qui ha inizio il nostro tour attraverso i principali interventi contemporanei realizzati all'interno del centro antico.
Allora percorriamo gli stretti e tortuosi vicoli dei quartieri del Rastro, dove come ogni domenica mattina c'è il mercatino delle pulci, e del barrio di Lavapiès, dove possiamo apprezzare la riqualificazione di Plaza Lara (Linazasoro) e il nuovo Teatro Olimpia (Paredes y Pedrosa).
La tappa successiva è il Centro d'Arte Reina Sofia, recentemente ampliato da Jean Nouvel mediante l’addizione di un volume triangolare sormontato da un’imponente copertura a sbalzo in metallo lucido rosso. Nel complesso risulta poco convincente il prospetto verso Atocha, mentre è straordinaria la grande corte venutasi a creare tra il volume nuovo e il palazzo settecentesco, ovvero una vera e propria piazza coperta che costituisce un vero e proprio brano di città.



Attraversiamo la strada per raggiungere la Stazione di Atocha, opera di Moneo, dove gli elementi della composizione di maggiore rilievo sono la lanterna cilindrica e la torre parallelepipeda dell'orologio.
Sempre Moneo è il responsabile dell'ampliamento del Museo del Prado. Anche se è necessario tenere conto dell'immensa difficoltà insita nel progetto, la sensazione è che al grande maestro spagnolo sia in questo caso mancata una giusta dose di coraggio e sfrontatezza.
Coraggio e sfrontatezza che non difettano invece ad Herzog & de Meuron.
I due straordinari architetti svizzeri hanno recentemente convertito un'ex-fabbrica in un centro culturale polivalente (Caixa Forum) mediante un’ardita opera di sottrazione (ne hanno eliminato di fatto il basamento di solido granito) e di successiva addizione (la hanno sopralzata con un parallelepipedo irregolare in acciaio courtain).


L'aspetto più straordinario è quello strutturale: siamo in dieci o venti tra architetti e ingegneri e siamo tutti lì, mentre aspettiamo pazientemente di entrare in coda, a domandarci come fa a stare su...
Dopo una buona paella al ristorante della Caixa, che vista dall'interno un pò ci delude per la scarsa attenzione ai dettagli, rimane solo il tempo per una rapida incursione in uno dei fantastici musei della città.

MADRID, 02

Sabato 18 ottobre.

Il tour guidato per le zone periferiche della città inizia dal grande cantiere delle Cuatro Torres, allineate all'estremità nord della Castellana e ancora in costruzione. Terminati i lavori, probabilmente nella primavera del 2009, i quattro rascacielos modificheranno per sempre la skyline della città.
In generale, si può sottolineare la distanza tra l’approccio più formalista e creativo dei due grandi studi americani (César Pelli; Pei, Cobb, Freed & Partners, che propongono forme geometriche complesse, ottenute mediante tagli e rotazioni) e quello più tipologico e pragmatico dei progettisti europei (Alvarez y Sala; Norman Foster).



Proseguiamo verso est, in direzione Sanchinarro.
Qui, in un contesto anonimo e povero di segni, gli olandesi MRDRV hanno realizzato un "superblocco" residenziale, ovvero una torre parallelepipeda caratterizzata da un vivace patchwork nei rivestimenti esterni e da un enorme buco centrale, pensato come mirador sul paesaggio urbano.
Un lenzuolo appeso a una finestra, là in lato, recita:
"Balconi per stendere i panni? No, solo design".

Il viaggio prosegue verso sud.
Sollecitato a più riprese, Sergio improvvisa un'interessante lectio magistralis sui temi del grattacielo e della porta urbana.
Nel frattempo arriviamo a destinazione, ovvero il sobborgo di Villaverde, dove senza troppa fatica troviamo il complesso residenziale di Chipperfield.
La composizione libera tra i pieni dei pannelli prefabbricati di rivestimento dai colori terrosi e i vuoti delle aperture vetrate contribuisce a sdrammatizzare la compattezza di questo enorme monolito.


Una signora, probabilmente un'inquilina del palazzo in questione, passa davanti al nostro gruppo, scrolla la testa e ci dice:
"Questo edificio es una mierda!"
Stavamo appunto domandandoci, stimolati su questo punto da Sergio, del perchè spesso le cose che piacciono agli architetti non piacciono alle persone comuni...

L'impostazione degli interventi di housing di Carabanchel, progettati da diversi studi di architettura locali (Aranguren y Gallegos; Madridejos y Ochinaga; Albarola y Martorell; Foreign Office), si differenzia invece per un approccio sostanzialmente funzionalista e una maggiore attenzione alla scala urbana.


La nostra visita si conclude nel quartiere popolare di Usera, dove la Biblioteca Pubblica José Hierro emerge, criptica e impenetrabile, alla stregua di una scultura urbana.
Dopo un pò di shopping del tardo pomeriggio nella zona di Puerta del Sol, l'appuntamento per tutti è fissato per la cena sociale presso l'Ene Restaurante, in Calle del Nuncio, La Latina. Qui, sulle comode sedie progettate dal nostro Carlo, uno dei grandi designer della tradizione del nostro paese, gustiamo tonno e ternera di solomillo. Qualcuno, al piano terra, mangia sdraiato su una sorta di tatami, e la stanchezza prende il sopravvento: Margherita, nove anni, si addormenta dopo le prime portate. La piccola Cecilia, invece, stasera non ce l'ha fatta ed è già in albergo a riposare.

MADRID, 01

Venerdì 17 ottobre.

Piove anche a Madrid, chi l'avrebbe mai detto?
L'acqua inizia a scrosciare proprio nel momento in cui l'autobus lascia il nostro gruppo in Calle Mayor, ma dura assai poco, giusto il tempo per scatenarci nella ressa alla ricerca di un paraagua portatile nei negozietti di chincaglieria gestiti dai cinesi.
La passeggiata nel centro storico di Madrid procede dunque senza intoppi: la meravigliosa Plaza Mayor, capolavoro dell'urbanistica seicentesca spagnola, la Plaza de la Villa, l'Almudena e il Palacio Real - sontuosa opera barocca degli italiani Juvarra e Sacchetti - e per finire il Callao e la Gran Via, costeggiata da raffinati edifici fin-de-siecle.
Qui il gruppo si scioglie. Alcuni di noi proseguono sino all'elegante Circolo delle Belle Arti, realizzato da Palacios nei primi anni Venti, uno dei migliori esempi dell'architettura madrilena di inizio secolo, per poi cenare in uno dei locali più antichi di Madrid, l'Hlardy, situato nei pressi della Puerta del Sol, tra esili colonnine in ghisa, vecchi parquet scricchiolanti e pareti tinteggiate con colori caldi e vivaci.

La nostra prima giornata è filata via liscia, malgrado i miei timori di imbarcarmi su un volo Alitalia proprio di venerdì 17...
Al nostro arrivo all'aeroporto di Barajas, poco dopo le undici, abbiamo trovato ad attenderci Mikaela e l'autista che, senza perdere tempo, ci ha accompagnato in una prima ricognizione della città, in particolare della zona immediatamente a nord-est del nucleo storico, gravitante attorno al Paseo de la Castellana (le Torres Blancas e il Banco de Bilbao di Sainz de Oiza, l'Hotel Puerta America di Nouvel e altri, le KIO Torres a Puerta Europa di Philip Johnson e Burgee & Ass.)


La Castellana è l'arteria principale della città, la taglia tutta da nord a sud: essa costituisce da sempre, almeno dalla metà del XIX secolo in poi, la sua colonna vertebrale. Per questo motivo, i madrileni la considerano il vero fiume della città, dal momento che il Manzanarre si trova, invece, in posizione defilata e poco strategica.
Nel primo pomeriggio siamo finalmente scesi dall'autobus per sgranchirci le gambe e per gustare qualche tapas al Cafè Teatriz, un raffinato ristorante ricavato da Philippe Starck in un antico teatro, per ammirare l'Edificio Girasol, uno delle opere più famose di Coderch, e per finire con la visita al Santiago Bernabeu, uno dei templi mondiali del calcio, recentemente ristrutturato dall'Estudio Lamela.


Secondo recenti statistiche è proprio il Bernabeu, e non il Prado, il monumento più visitato della capitale spagnola...

venerdì 24 ottobre 2008

Il cugino più di tutti (tra quelli maschi, ovvio), Andrea - noto estimatore del Drugo: con il tempo ho imparato a considerare l'amore incondizionato verso The Big Lebowski come una chiara discriminante che individua le persone che mi piace frequentare - mi ha inviato un prezioso articolo uscito sull'ultimo numero di D di Repubblica, riguardante il mondo del Lebowski Fest.
Lo posto qui sotto (cliccando sulle immagini le ingrandirete sino a renderle, più o meno, leggibili).

Qualche giorno fa un altro amico, Daniel, mi ha portato in dono un bel volume, su carta patinata, sui più grandi film di tutti i tempi.
A casa, sfogliandolo con attenzione, mi accorgo dell'assenza, a dir poco clamorosa, del capolavoro dei fratelli Coen.
Allora gli invio un sms, con cui dico, grazie, davvero bello, ma non c'è il Drugo.
Lui mi risponde, è vero, ma devi tener conto che lui ormai esula dalla storia del cinema, lui fa parte a pieno diritto della storia della filosofia.
La sua risposta, a caldo, non mi sembra convincente, ma poi più ci penso più mi accorgo che, sì, cazzo, bisogna ammetterlo, il Drugo è stato uno dei più grandi pensatori del XX secolo.



martedì 21 ottobre 2008

Tanz bambolina


Mi piace portare Agnese all'asilo, anche se non riesco a farlo poi così spesso.
Lei, invece, viene poco volentieri con me, un pò perchè adora sua madre, un pò perchè, sostiene lei, il seggiolino della mia auto è molto scomodo e quindi non riesce a schiacciare l'ultimo pisolo prima di arrivare a destinazione.
Così devo convincerla con metodi abietti, ovvero devo letteralmente comprarla.
A volte le prometto i soldi di cioccolato, un suo autentico "must", anche se il problema è che ormai non li vende più nessuno, è roba datata, nemmeno la cioccolateria sotto lo studio: li tengono solo sotto Natale, mi dicono. E allora non mi resta che andarli a cercare all'Autogrill, cazzo, davvero comodo.
Oppure le permetto di portarsi dietro, a titolo di risarcimento morale, quantità assurde di giochi e bambolotti, che sono in grado di consolarla come una coperta di Linus.
Stamattina, per dirne una, abbiamo caricato Chicken Little su un passeggino di Ciccio Bello.
Avreste dovuto vedere la faccia della sua maestra, mentre commentava con evidente disapprovazione l'ennesimo trasloco.
Io dico sempre all'Agnese: guarda che la maestra si arrabbia, ma lei alla fine l'ha sempre vinta, la piccola testolina di cazzo.

Avete presente quegli articoli sui giornali che tracciano l'identikit del padre moderno, immaturo e poco autorevole, che lascia alla madre - che già deve fare tutto il resto - il compito di dire di no?
Ecco: quello sono io.

Durante il viaggio, invece, comando io, ho la situazione sotto controllo.
Niente canzoncine per bambini.
Ho fatto credere a mia figlia, con una pietosa menzogna, che non esistono ancora sul mercato i cd con la sigla di Heidi o degli altri cartoni animati.
Lei l'ha bevuta.
Per ora.
Il suo preferito, adesso che sono in piena fregola anni '80, è Camerini.
"Tanz Bambolina", soprattutto.

Al nostro arrivo all'asilo, mettiamo in scena - ormai da due anni - la solita gag sul menù del giorno.
Lei mi chiede di leggere cosa c'è scritto sulla lavagnetta collocata proprio all'ingresso.
Io allora inizio:
- "Minestrina in brodo con topo morto",
oppure:
- "Formiche arrosto con contorno di farfalle e vermi disossati" (tanto lei non sa che sono invertebrati, ndr),
o anche:
- "Ali di pipistrello alla griglia in pasticcio di medusa e alga marina",
eccetera eccetera.
E lei ride.
Da quasi due anni.
Scrolla la testa ridendo e mi fa, non è vero, papà, ma cosa dici.
No, no, è tutto vero, rispondo io, tuttavia senza risultare essere troppo convincente.

Dopo aver oltrepassato l'androne, dove l'acre odore dei prodotti disinfettanti ci avvolge senza possibilità di scampo - non ho ancora capito cosa cazzo usano, forse uranio impoverito - facciamo ingresso nella grande stanza dei giochi, dove già un esercito di piccoli bastardi salta strilla e schiamazza senza sosta.
E qui succede una cosa strana.
Vado incontro ai bambini che conosco, normalmente figli di amici e amiche, faccio per dire due loccate con loro, e loro - gli stessi che quando ci vediamo fuori dall'asilo non mi mollano per un attimo - non mi cagano di striscio.
Mi guardano, guardano i loro compagni con aria interrogativa - del tipo: ma chi è questo stronzo? - e poi si girano dall'altra parte.
Cioè: si vergognano di me.

Sono davvero dei piccoli bastardi.

Allora saluto con un bacio in fronte Agnese, che nel frattempo si è messa il grembiule a quadretti bianchi e rosa, che sembra una tovaglia per la colazione, e due buffe pantofole con su un ippopotamo - non due ippopotami, ma un ippopotamo tagliato in due tronconi - e mi dirigo verso l'uscita.
Appena fuori, entro nel bar lì a fianco per bere un caffè.
La coppia di gestori è simpatica come un gatto sui maroni, normalmente mi servono il caffè con lo sguardo fisso sul monitor a cristalli liquidi collocato sul muro proprio alle mie spalle, di solito sintonizzato sulla replica di una merda di reality show.
D'istinto, stamattina, mi giro anch'io verso la tv.
C'è Mtv.
Il video non mi è nuovo, e nemmeno la musica.
Cazzo, sono i R.E.M.!, mi dico, ma non riconosco il pezzo. Lascio scorrere le immagini postmetropolitane sullo schermo e penso, sarà di uno degli ultimi album, li ho sempre un pò sottovalutati, gli ultimi album dei R.E.M., ma questo pezzo non è male.
Finalmente compare in sovraimpressione il titolo del brano: "Man-size wreath".
Lascio un euro sul bancone ed esco dal bar, canticchiando ancora "Man-size wreath".
Appena arrivo in studio, mi dico, vado sul sito dei R.E.M. e mando una mail di scuse.
Ehi, Michael, gli scrivo: Cazzo, davvero niente male, "Man-size wreath"!

giovedì 16 ottobre 2008

Indovina chi è', 01

Si inaugura con questi due notevoli scatti casalinghi la galleria dei ritratti anni '80.



Notare la pregevole fattura della tappezzeria a righe verticali, il delicato cromatismo della moquette a pelo corto e i sobri fiori finti, in tinta, sulla sinistra.

Davvero niente male anche la scelta delle calzature, ovvero:

* Espadrillas bianche. Che nostalgia, per le battaglie al campeggio della parrocchia con le espa bagnate, bastava immergerle nella fontanella del cortile che diventavano un'arma di distruzione di massa...

* Le Adidas vintage a strisce blu. Non ricordo il nome del modello - qui ci può aiutare Steve, uno dei massimi esperti di scarpe ginniche a livello mondiale, oltre che consumatore senza freni - io d'altro canto ho quasi sempre optato per le Tampico, che si distinguevano per dimensioni maggiori e para in gomma più robusta, e duravano di più nel traffico a centrocampo nel capetto in cemento dell'oratorio.

I jeans invece dovrebbero essere Roy Rogers, Pezzali ne sarebbe orgoglioso.

Avrete senz'altro riconosciuto questa tipa...

Inviatemi una vostra fotografia anni '80 all'indirizzo: gbattm@libero.it
Sarà pubblicata.
Anonimato garantito.

martedì 14 ottobre 2008

Desaparecidos

Oppure Wanted, dead or alive!, per citare un altro classico eighties...
("You spin me round" a questo punto è d'obbligo!)
In un tripudio di sintetizzatori e di pianole elettriche si sta chiudendo in queste ore, e in modo definitivo, la tracklist del cd "40+40=80".
Qualcuno ha già inviato le sue preferenze, qualcuno resta desaparecido.
Tipo Big, che pur impazza su Facebook, pontificando come lui sa e iscrivendosi a svariati gruppi come "gli estimatori della carta vetrata" o "gli amici del bulldog francese", ecc...
Ma ancora di più colpisce il silenzio di DJ Looka, il re del mixer, colui che avrebbe dovuto dare l'imprimatur (si dice così?, boh...) decisivo al progetto con le sue dritte e i suoi veti.
E invece niente.
Eppure, è ancora tra noi, come sembrano infatti dimostrare le tracce - seppur rudimentali - di sè lasciate sui blog amici di Jr e Blackbado.
Speriamo si faccia vivo.
Chi lo avvistasse in giro, è pregato di comunicarcelo urgentemente.
Per chi non lo conoscesse, è quello al centro di questo recente scatto, insieme con gli altri sedicenti Fratelli del Pop:

domenica 5 ottobre 2008

Ampio risalto alla festa "40+40=80" sulla stampa specializzata e non:

http://www.piacenzasera.it/portfolio/personalizzazioni/HomePage.asp?id_prodotto=4375&id_categoria=4&commenti=s

Grazie a Mauro e Paola, ci avevano messo così tanto impegno per costruirsi una solida reputazione professionale...

Nella fotografia, i due festeggiati sono con Il Dottore, ovvero Gigi, dominatore incontrastato della speciale classifica per il migliore travestimento della serata, ance se a dire il vero prima o poi ci dovrà spiegare cazzo centravano gli anni '80...

Secondo classificato: Big, con una spettacolare mise in stile rapper alla RUN DMC.

Terzo posto ex-aecquo: Laura, con un paio di scarpe che da sole meritavano il prezzo del biglietto, e Maurizio che ha sfoggiato la sua ormai classica parrucca sotto gli occhi del megadirettore Bosoni.

Grazie a tutti gli ospiti, e anche a chi, purtroppo, non è riuscito a venire.

"Non potendo venire stasera a festeggiare gli anni ’80 e i vs 40, ho pensato di “regalarvi” …. come eravate agli inizi degli anno ’80.
Esattamente il 22 novembre 1980!!!!
"

Grazie!
La preziosa immagine è stata esposta all'ingresso del locale, venerdì sera.

Per chi non ci avesse riconosciuto, ricordo che CJ è quello sulla sinistra.
Paulette sulla destra.

Una lettura affrettata e poco approfondita della fotografia potrebbe portarvi a pensare che CJ fosse in quel periodo uno squallido lardoso, ma non è così.
Analizzando la geometria dell'immagine, è facile invece intuire che il suo viso è paurosamente dilatato a causa del suo essere in primo piano, ovvero - Brunelleschi insegna - trattasi di un effetto ottico dovuto alle leggi della prospettiva.

In quell'epoca, infatti, CJ seguiva un programma di alimentazione sano ed equilibrato, basato sostanzialmente su:

- una slitta di focaccia con le cipolle e/o olive appena prima del pranzo, che acquistava nella panetteria appena fuori dalla scuola, proprio all'angolo tra via della Ferma e via X Giugno; dal momento che CJ spendeva tutti gli spiccioli in figurine della Panini e che quindi non aveva mai soldi in tasca, la sua ingegnosa tattica consisteva nel chiedere al negoziante di mettere tutto sul conto, finchè verso marzo esso era lievitato a una cifra esorbitante e il negoziante stesso, avido e rancoroso, aveva telefonato la Giulia (la madre di CJ e Paulette, ndr) e le aveva lasciato due giorni di tempo per saldare il tutto.

- un sacchetto di gommose di liquerizia che acquistava nella latteria di via Alberoni, dal mitico Zauro, da mangiarsi appena prima di cena dopo aver sdrucito l'ennesimo paio di jeans sul campetto di cemento di San Savino. Queste giuggiole erano state ribattezzate dal Reggio "Fuel" (a quei tempi nella sala giochi del Bar Sport impazzava il Moon Ranger, un videogioco con protagonista un mezzo corazzato che, per andare avanti nelle varie schermate, doveva continuamente fare rifornimento, appunto il fuel) per sottolineare la totale dipendenza di CJ nei confronti delle stesse. Non ricordo come ne uscìi, probabilmente con pesanti dosi di metadone presso il Sert.

Sempre CJ sulla sinistra.
In verità, questa fotografia non è propriamente anni '80.
Correva l’anno 1978, esattamente il 17 luglio.
Desidero far notare:
- i fantastici sandalini gommati da Trebbia, in un sobrio colore rosso;
- le agghiaccianti pettine made in Giulia: la prima volta che sono andato da un barbiere vero avrò avuto sedici anni!

sabato 4 ottobre 2008

Riso in bianco

I postumi della festa di venerdì sera si sono concretizzati, la mattina dopo, in una terribile nausea, in un catarro della consistenza del cemento armato e, in generale, in uno stato mentale piuttosto approssimativo: diciamo pure che ero totalmente imbambolito.
A stendermi è stato il White Russian, a me nemmeno piace la Vodka, su questa cosa il Drugo non lo seguo.

Verso le undici scendo in città, guidando quasi per inerzia.
Mi presento da Mediaworld per acquistare la Eos 400D in offerta e ne hanno ancora una sola, bene, cazzo, ogni tanto un colpo di culo non guasta. Nel dettare il mio nome per il modulo per l'estensione della garanzia, l'addetto scrive Benzani. Scusa, gli faccio, ho un raffreddore della madonna, il mio cognome è con la M di Milano. Lui straccia i fogli e si rimette a scrivere.

Poi faccio un salto al supermercato dove, una volta entrato, mi accorgo che senza un fottuto carrello non sarei mai riuscito a prendere la frutta e la verdura, dal momento che avevo già tutte due le mani impegnate con le buste di Mediaworld. Allora, appena all'ingresso, recupero uno strano carrello, ci deposito sopra le sporte e inizio il mio difficile viaggio nel labirinto delle corsie.
Questo carrello è proprio strano, penso, proprio non riesco ad andare dritto. E poi continuo a urtare gli spigoli dei banconi, anche perchè questo aggeggio diabolico - chissà per quale assurdo motivo - ha le ruote posteriori molto più larghe di quelle anteriori.
Travolgo un espositore di merendine, e mi dileguo senza lasciare traccia.
Al riparo da occhi indiscreti, osservo il carrello e, cazzo, mi accorgo che lo sto usando al contrario.
Quando arrivo alla cassa, la commessa - una ragazza giovane e piuttosto spigliata - mi apostrofa con commiserazione. Metta giù quel carrello, mi dice, è per i disabili e ne abbiamo solo due.
Ehm, abbozzo io, in effetti mi era sembrato un pò strano. Non faccio la spesa così spesso, l'avrà capito, aggiungo senza troppa convinzione.
Vada a rimetterlo dove l'ha trovato, mi dice.
Appoggio tutte le mie cose sul nastro trasportatore e mi dirigo verso l'ingresso.
Al mio ritorno, la cassiera ricomincia a battere i prezzi.
Io, imbarazzato, volgo lo sguardo lontano, verso un punto imprecisato del controsoffitto.
Respiro a bocca aperta, quasi in apnea.
La stanchezza mi sta crollando addosso all'improvviso, cristo, ho dormito neanche tre ore: ho anche preso un Plasil che, mi ha detto Sandra, provoca sonnolenza.
Resto lì in sospensione, cullato dai beep del lettore ottico, e socchiudo gli occhi.

Signore!
Io niente.

Signore!, ripete ad alta voce la cassiera.
Allora mi scanto, e la guardo ancora intontito.
Ha la patta aperta, mi dice lei con aria disgustata.
Mi scusi, faccio io pieno di vergogna, mentre mi accingo a tirarmi su la cerniera.

Merda.
Come vorrei essere già fuori di qui.
Questa tipa pensa che sono un idiota integrale, un disadattato, o peggio un maniaco sessuale, un tipo che all'improvviso si apre l'impermeabile nei giardinetti.

Avrei potuto dirle, per giustificarmi: non mi sento molto bene.
Oppure: ho avuto una serata difficile.
Invece mi limito ad aspettare il turno di pagare, con un sorrisetto da ebete stampato in faccia.
Striscio il bancomat e, mentre mi affretto a mettere tutte le cose nei sacchetti, lei - forse un pò pentita per il tono secco che ha usato sino a quel momento - improvvisa una conversazione incentrata sul fatto che, messo così, avrei potuto certamente chiedere una settimana di mutua e starmene a letto una settimana. Io provo anche a risponderle, ma per via del catarro riesco a emettere solo suoni gutturali.
Finalmente ho finito, sto per andarmene quando un'amica di Sandra, che era da poco in coda dietro a me, mi fa: e adesso come fai senza un carrello?
Allora realizzo che devo trascinare sei pesantissime buste di plastica fino alla macchina, ovviamente posizionata in fondo al parcheggio.
Quando arrivo alla Scenic, sono fradicio di sudore.
Salgo, respiro piano, mi stiro un pò i muscoli, accendo la radio e mi appresto a ripartire.
Squilla il telefono. E' Sandra.
Stai arrivando?
Sì.
Cosa vuoi da mangiare?
Riso in bianco, rispondo io, sognando di essere già sotto le coperte.

venerdì 3 ottobre 2008

Take it easy

E così sono arrivati 'sti fatidici 40 anni.
Cazzo.
Stamattina, scendendo a valle con l'Agnese sul suo seggiolino che ascoltava la storia di Nemo, rimuginavo sulla caducità delle cose e sull'inesorabile scorrere del tempo.
Il papà vuole che tu rimani sempre così piccola, le dico.
Non posso, papà. Devo diventare grande come il Tato, dice lei.
Ah, dico io. Allora non si può.
No, dice lei.
Avreste dovuto vedere il suo viso, dolce e stupito al tempo stesso, riflesso nello specchietto retrovisore.
Una vena malinconica stava avvolgendo i campi coltivati all'orizzonte, appena baciati da un pallido sole.

Ma per fortuna c'è la radio.
Avete presente quello che dice il Liga, quando certe notti la radio capisce chi sei e allora mette Neil Young ecc...
Ecco, stamattina, Virgin Radio capisce chi sono e mi piazza a manetta un classico degli Eagles, "Take it easy".
Massì, dai, C.J., take it easy!

mercoledì 1 ottobre 2008

40+40=80, 02

DJ Looka (di seguito denominato "resident dj") e Don Franco (special guest) sembra non lascino trapelare alcuna indiscrezione sulla scaletta ufficiale di venerdì sera, ma alcune voci sempre più insistenti parlano di una vera e propria virata trash.
In ogni caso, se elettro-pop deve essere, che elettro-pop sia.
Ecco la mia lista definitiva:

1) Don't go - Yazoo
2) Dance all days - Wang Chung
3) Smalltown boy - Bronski Beat
4) Man eater - Hall&Oates
5) Big in Japan - Alphaville
6) Don't you want me - Human League
7) Tainted love - Soft Cell
8) Hold me now - Thompson Twins
9) Gold - Spandau Ballett
10) Don't leave me this way - Communards

Per scongiurare tale deriva, c'è da augurarsi un intervento attivo in consolle di DJ Bed Sabidda, con la sua solida formazione sui grandi classici anni '80 (Fall, Sonic Youth, Nick Cave, Cure, Police, Minutemen, i primi R.E.M., New Order, ecc...), mentre è da evitare come la peste l'apporto demenzial-rock di DJ Karako.

Perchè l'argomentazione dei sostenitori della serata trash ("in quell'epoca noi ascoltavamo robe così"), non regge.
Cioè, in parte è vero, come tutti ascoltavo l'Hit 105 e a volte anche Discomania con Federico l'Olandese volante, mi ciucciavo tutti i giorni DJ Television su Italia 1 appena tornato da scuola, compravo addirittura l'album dei Phd (o forse l'ho guzzato a qualcuno...).
Però avevo già scoperto Carlo Massarini e Mr Fantasy.

Ecco i primi tre dischi acquistati da me e Paulette, correva l'anno 1982:



(seguiti da "Shango", non proprio l'album migliore nella discografia dei Santana).
Mica robetta...

E poi, non vorrei fare lo sborone, ma io ricordo le facce degli amici della panca quando portai su nella sala dell'oratorio, quella che il Ludo aveva attrezzato con uno stereo nuovo di pacca, i vinili di "War" degli U2 (molto, molto prima di Pride) e di "Sparkle in the rain" dei Simple Minds, o i Big Country. A quell'epoca ero un fan agguerrito di Giampiero Vigorito, acquistavo tutti i dischi che lui recensiva su "Rockstar", forse la rivista più decente di quegli anni (in realtà "War" lo scelsi dopo aver letto dieci righe entusiastiche su "Stereoplay", onore al merito), dagli Style Council a Sade, dagli Everything but the girl a Robert Wyatt, anche se scoprìi "Old Rottenhat" - che avevo già in casa - solo anni dopo, su consiglio di Bed Sabidda.
Chiamo in mia difesa il Capriglia, lui a quell'epoca ascoltava Taffy e Sandy Marton...

Dite la vostra!

lunedì 29 settembre 2008

Una nostra esclusiva


E così anche il vecchio ciliegio se n'è andato, non c'è stato nulla da fare.
Era stato colpito da una malattia frequente in questa specie, tipo invecchiamento precoce, probabilmente per colpa di una potatura piuttosto barbara.
L'unica cosa da fare era abbatterlo, aveva sentenziato quest'estate il Serr***, il nostro esperto in materia, un esperto per la verità con la mano un pò pesante, fosse per lui raderebbe al suolo ogni cosa che c'è in giardino, diciamo pure che non è per l'accanimento terapeutico.
Povera pianta, ci eravamo affezionati, in fondo era giovane, solo un paio d'anni in meno del sottoscritto...

Rientrando a casa, quel grande vuoto dietro casa mi ha colpito nel cuore.

La sua assenza è già opprimente, sembra un paradosso, lo so, nel senso che quell'albero enorme incombeva sulla casa in modo sinistro.
La verità è che con lui al nostro fianco, a guardarci le spalle, è come se ci sentissimo più protetti.

Ma intanto le motoseghe scoppiettano senza pietà, e del vecchio compagno ormai non vi è più traccia, se non alcune radici talmente diramate che sarà difficile eliminare.
Oscar guarda gli operai al lavoro e sembra pensare, cazzo, non si può mai stare quieti, qui, tutti i giorni ce n'è una, ma non sono capaci di stare un pò fermi?
Aprendo gli scuri della finestra del soggiorno, noto che adesso c'è più luce, molta più luce, magra consolazione, per chi ha visto almeno una volta lo spettacolo che andava in onda ogni marzo che il cielo mandava in terra, con la nuova fioritura. L'altra nota positiva, penso, è che quest'autunno dovremo rastrellare parecchie foglie in meno, e questa è già più convincente, cazzo, so di cosa parlo.

Sento il suono di un clacson, esco sulla soglia e mi trovo davanti un tizio obeso, ma direi obeso in modo raccapricciante, un paio di occhiali con montatura alla moda e due gote rosse, che mi saluta dicendo: si sta bene qui.
Eh sì, faccio io.
Oggi c'è caldo, dice asciugandosi la fronte con il dorso della mano.
Stamattina c'erano sette gradi, dico io, ma adesso s'è scaldato.
Le interessano dei surgelati, mi fa.
Ci siamo, penso io, sono qui immerso nell'infinita poesia di un ciliegio caduto e arriva lo stronzo a vendermi i suoi fottuti surgelati.
Devo ammettere che mi sbaglio.
Lo guardo bene, infatti, è un personaggio straordinario, nel senso letterale del termine. Persino letterario, direi, mi ricorda quei venditori di bibbie usate che popolano i romanzi di Soriano.
Senza impegno, mi fa lui, abbiamo un filetto di merluzzo favoloso, o il minestrone di verdure, è fantastico.
Mah, sa, di solito se ne occupa mia moglie, prendo tempo io, e intanto penso al modo più sbrigativo per liquidarlo senza essere maleducato.
Fagli vedere i gelati, dice il tipo al suo aiutante, un anziano anch'egli sovrappeso che era ancora seduto nel furgone. Eccomi qui nella trappola, penso io, non devo cedere a questi due cazzoni per nessun motivo.
Certo, qui abbiamo la confezione mista, mi fa l'altro dopo aver rinchiuso lo sportello a doppia mandata della cella frigorifera, ci sono anche il biscotto al cioccolato e un'imitazione del magnum con le praline di cacao fondente. Sono una nostra esclusiva, aggiunge e mi porge un'anonima confezione senza marca o logo o quant'altro.
Sticazzi, dico io prendendo in mano la scatola, quant'è?

martedì 23 settembre 2008

Crepe


Mi chiama un'amica e mi fa: una mia collega avrebbe bisogno di una tua consulenza, ha preso in affitto una vecchia casa in sasso, proprio lì dalle tue parti. E' preoccupata perchè ultimamente si sono aperte un pò di crepe, cioè, nulla di pericoloso, ma insomma, vorrebbe stare tranquilla...
Le dico, ok, d'accordo, dille di chiamarmi pure.
E' qua con me, mi dice lei.
Bene, passamela, dico io.
La tipa in questione mi dà appuntamento per quella stessa sera, presso il bivio sulla provinciale. Quando ormai il sole è tramontato, la trovo a piedi nel punto concordato, sul ciglio della strada. Le apro la portiera e la faccio salire e, dopo le presentazioni di rito, ci mettiamo in marcia verso la cima della collina.
La mulattiera sale irta nel bosco.
Dopo un paio di chilometri, lei mi dice di accostare la macchina. Siamo arrivati?, vorrei chiederle, anche se tutto attorno non vedo alcuna costruzione.
Da qui in poi è impossibile continuare, dice lei vedendomi perplesso, la strada si fa brutta, dopo quella curva ci aspetta il mio compagno, saliremo con lui.
Infatti lui è già in attesa su una vecchia Panda tutta ammaccata, con una portiera di colore diverso rispetto al resto della carrozzeria, i fari rotti e i sedili dall'imbottitura tutta sfondata che, merda, sembra di essere seduti sulla canna di una di quelle biciclette d'altri tempi.
Cristo santo, penso, questi qui tutte le volte che li va a trovare qualcuno devono mettere su una task-force con i controcazzi.
Il percorso è in effetti assai accidentato, ci sono buche che sembrano delle voragini, ma lui sembra infischiarsene, e le affronta a velocità folle, avanzando letteralmente a strappi. Perdiamo persino per strada un pezzo del paraurti, e siamo costretti a inserire la retromarcia per recuperarlo, anche se ormai dubitavo che potesse servire a qualcosa.
A un certo punto, appena prima di una rampa dalla pendenza vertigonosa, il tipo inchioda e poi esegue un paio di manovre in retromarcia, piuttosto scomposte per la verità, grazie alle quali la Panda rincula nel bosco, aggrappandosi a una scarpata ricoperta di cespugli di mirtilli e di felci.
Parcheggiamo qui?, chiedo io, sempre più disorientato.
No, cazzo, devo prendere un pò di rincorsa, dice lui, se no non non ce la facciamo. Tenetevi forte!, strilla, e poi accelera all'improvviso e si lancia sulla rampa di lancio, e a me par di decollare. Atterriamo pochi metri più avanti, e a quanto pare abbiamo superato l'ostacolo. Loro ridono e applaudono come due bambini. Evidentemente trovano la cosa molto divertente, io invece avrei voglia di vomitare.
Sono due fottuti squilibrati, penso, due cazzo di hippy fuori di testa.

A prima vista la casa sembra piuttosto conciata male, e a un esame approfondito è pure peggio. Avvicinandomi al portoncino di ingresso, mi accorgo che l'architrave è obliqua, gli stipiti laterali sono ceduti, e persino la soglia non è più in bolla. In pratica, il vano della porta ha una forma piuttosto irregolare, pare quasi un trapezio, scaleno se non erro. Lui apre con fatica l'uscio e poi cerca inutilmente di chiuderlo dietro di sè. Vedi, non si chiude più neppure la porta, mi dice. Annuisco, e intanto penso, lo so anch'io, sarà sempre così finchè non trovi una porta nuova a forma di trapezio scaleno del cazzo.
Entrando nel soggiorno ci investe l'acre odore dell'incenso.
C'è un divanetto imbottito in finta pelle con addosso alcune coperte ricamate a mano, una stufa di ghisa, un tavolino con una pila di libri e una radio a transistor su una mensola di legno. Nient'altro.
Il pavimento in pianelle di cotto è ceduto di schianto, sembra una catinella, al centro della stanza è più basso di almeno una spanna rispetto ai quattro lati. Quando entro nel cucinotto, uno stanzino misero con un lavello in pietra, un tavolino e due sedie in legno, non riesco a credere ai miei occhi: il solaio del piano di sopra è staccato dalle pareti perimetrali di quasi dieci centimetri, ci puoi infilare addirittura una mano, forse mezzo braccio. Molto comodo, dico, qualora decidiate di fare colazione a letto, cazzo, potete far passare tutto dalla fessura, anche se piuttosto pericoloso...
Le scale che portano al piano di sopra sono traballanti in modo inverosimile, anche se il tipo le ha un puntellate con delle barre di ferro arrugginito.
Di sopra lo scenario è inquietante, ci sono delle fessure talmente ampie che è possibile guardare fuori, verso la corte inghiaiata. La finestra della stanza da letto ha i vetri spaccati, talmente è deformata. Le travi del tetto sono appoggiate ormai solo sull'intonaco, e sono vicinissime al collasso.

Allora?, mi fa lui dopo un pò.
Il mio silenzio lo aveva reso un pò nervoso.
Qui sta crollando tutto, dico.
Dici sul serio?, dice lui.
Dico sul serio sì, cazzo.
Cazzo, dice lui.
Restare qui dentro è troppo pericoloso, dico. Da un momento all'altro il solaio della camera può cedere, e quando succede mica ti avverte. E se casca il solaio, può tirarsi dietro tutto il resto.
Cazzo, dice lui.
Lei scrolla la testa, visibilmente spaventata, forse sta pensando a tutti i rischi che hanno corso in questi mesi.
Usciamo a prendere una boccata d'aria.
Lui mi chiede: quanto ci vuole secondo te a mettere insieme ancora la baracca?
Così, su due piedi, è difficile darti una cifra, rispondo.
Lui dice: sai, potrei proprorre al proprietario della casa un accordo, ovvero io ristrutturo la casa a spese mie e in cambio non pago l'affitto.
Puoi star qui per i prossimi tre secoli a macca, penso io.
Cinquantamila euro, basteranno cinquantamila euro?, chiede speranzoso.
Ce ne vorranno più del doppio solo per l'involucro esterno, ribatto, poi devi aggiungere impianti, pavimenti, serramenti e tutto il resto. Buona parte della casa va demolita e ricostruita, non c'è altro da fare.
La Madonna, dice lui. Non si riesce proprio a tenerla su?
Al tuo posto non ci penserei neppure, aggiungo, sarebbe un'impresa disperata, oltre che un caso di vero e proprio accanimento terapeutico.
Lui annuisce. Improvvisamente, l'idea di ristrutturare questa casa deve sembrargli un'idea del cazzo.
Dobbiamo uscire di qui immediatamente?, mi chiede, recuperando un pò di sano pragmatismo.
Non ti sto dicendo di scappare stanotte, ma certo la cosa è urgente. Diciamo che potete prendervi il tempo per metter via le vostre cose. Avete un posto dove andare a stare?
Non mi rispondono.
Lui sta fissando un punto qualsiasi del soffitto.
Lei interrompe il silenzio: io non ho nessuna intenzione di restare qui a rischiare di fare la fine dei topi, dice.
Cosa pensi di fare?, chiede lui.
Ce ne andiamo subito, ecco cosa facciamo, risponde lei.
Cazzo, dice lui, proprio adesso che avevamo il frigorifero pieno.

(nell'immagine, "Cretto" di Alberto Burri, 1975)

N.B.: il post è largamente ispirato a un episodio realmente accaduto. Quello che è pura finzione, invece, è la descrizione dei personaggi, che nella realtà sono una simpatica coppia di "disobbedienti".