domenica 29 maggio 2011

I reduci dell’epica grunge, quella fantastica stagione che improvvisamente portò la lontana Seattle – Seattle è situata nello spigolo nord-ovest degli States, a uno sputo da Vancouver, Canada - al centro del mondo, non se la passano poi così male.
Mark Lanegan è molto attivo, diviso tra la carriera solista, duetti illustri (con Isobel Campbell dei Belle & Sebastian) e progetti collaterali (Gutter Twins, con Greg Dulli degli Afghan Whighs). Mark Arm, definitivamente archiviati i gloriosi Mudhoney, sta lavorando al terzo album dei Monkeywrench. Chris Cornell, dopo l’addio agli Audioslave e un paio di dimenticabili episodi solisti, ha preannunciato la reunion dei Soundgarden.

Ma è senza dubbio Dave Grohl il baricentro della scena.
Dopo la tragica fine di Kurt Cobain, l’ex-batterista dei Nirvana è stato l’anima di importanti progetti quali Queens Of The Stone Age (con Josh Homme dei Kyuss) e Them Crooked Voltures, e ha fondato i Foo Fighters, di cui è anche voce e leader.
I Foo’s suonano un rock’n’roll elementare, diretto e senza fronzoli: strofa-ritornello-strofa-ritornello. Magari non originale, anzi davvero poco originale, ma onesto. Quest’ultimo Wasting Light ricalca lo schema dei dischi precedenti, con un sound ruvido come alle origini, e come quelli non mancherà di mietere grande successo, di pubblico e di critica (è da anni che ripetono le stesse cose, che poi sono l’ABC del rock, ma di stroncature neanche a parlarne; anzi, qualcuno addirittura ha paragonato questo album a Led Zeppelin II…).
In apertura, tre-quattro pezzi adrenalinici che entrano di diritto nel loro repertorio live (Bridge Burning, il singolo Rope, Dear Rosemary e l’abrasiva e potente White Limo) e nel palinsesto di MTV.
Nella seconda parte, monocorde e priva di colpi di coda, prevale la noia.

Si muove su tutt’altro registro Eddie Vedder, che reduce da una lunga tournee con i Pearl Jam si è ritirato nella solitudine intimista di Ukulele Songs, una raccolta di canzoni acustiche, brevissime, nemmeno due minuti per ognuna; fragili e sussurrate, in qualche caso solo uno schizzo o una pennellata, come qualcosa di non finito.
Difficile non innamorarsi di brani come Longing To Belong o Goodbye, con la voce meravigliosa del nostro e il suono struggente e un po’ country dell’ukulele, suo unico compagno di viaggio, a eccezione del cameo di Cat Power in Tonight You Belong To Me e di Glen Hansard in Sleepless Nights (cover degli Everly Brothers). In chiusura, Dream A Little Dream di Louis Armstrong.
Piu’ che Neil Young, i riferimenti sembrano qui Woody Guthrie e il menestrello John Fahey.
Tuttavia l’album regge a fatica la lunga distanza e si arriva alla fine con la sensazione che manchi qualcosa o che sarebbe stato meglio un EP.

Due dischi di genere, di quelli che non fanno la storia.
Buoni per una sola stagione.

Della proposta di spostare in Padania un paio di Ministeri sapete già, così come della promessa di una cancellazione di tutte le multe causa Ecopass.
Questo blog, tuttavia, è in grado di svelare le ulteriori, straordinarie idee che i leader del centrodestra hanno studiato allo scopo di ribaltare il risultato del primo turno delle elezioni per il sindaco di Milano.

Eccole:

1 – Con ogni probabilità, Milano sarà la nuova capitale del Canada. I distretti di Toronto e Montreal si sarebbero già dichiarati d’accordo. Qualche resistenza ancora da Vancouver.

2 – Saranno annessi a Milano i territori istriani e il Sud Tirolo.

3 - Dall’anno prossimo, si svolgeranno a Milano la Triennale di Venezia e il Festival di Cannes: per questo motivo, saranno piantati sul Naviglio Grande oltre mille palme da dattero. Problemi, invece, per il trasferimento il GP del Belgio e del Carnevale di Rio.

4 - Pisapia vuole “La Stanza del Buco”? La Moratti farà di meglio. Finanzierà la costruzione di un tunnel superveloce per collegare direttamente Milano ai bordelli di Lugano e Mendrisio, che saranno raggiungibili in soli venti minuti.
E’ allo studio, inoltre, l’apertura di alcune succursali meneghine.
Titolo del progetto “La Topa Km Zero”.

5 – Rottamazione dei mutui prima casa. Basterà presentarsi a Palazzo Marino con la documentazione completa e il Comune si accollerà il pagamento di tutte le rate residue, oltre ad occuparsi della cancellazione dell’ipoteca.
E’ prevista una franchigia di 500 euro per le cifre superiori a 100.000 Euro.

6 – Per gli studenti delle scuole medie inferiori e superiori, maxisanatoria per le note sul registro. I ragazzi potranno inoltre viaggiare in scooter senza casco e senza patentino, ma sarà vietato trasportare oltre tre passeggeri sul sellino posteriore.

7 – Verrà ricostruita a Milano la Piramide di Cheope.
Masso per masso, schiavo per schiavo, comunista per comunista.

martedì 24 maggio 2011

Pisapia, l'ha fatto lui il buco nell'ozono. Così, per fare una cattiveria.
Dopo la piacevole ospitata di Big, che ringraziamo per la sua bellissima recensione dell’ultimo lavoro di Vinicio Capossela, torna il vostro recensore con un uno-due da knock out.
Fleet Foxes e Okkervil River sono infatti – insieme agli attesissimi Bon Iver - tra le bands piu’ interessanti del variegato panorama folk-rock americano, ed escono quasi in contemporanea con un nuovo album.

I primi vengono da Seattle, incidono per Sub Pop/Bella Union e provano a bissare lo straordinario successo di pubblico e di critica ottenuto con il loro disco omonimo di debutto del 2008 (c’è chi giurò che sarebbero diventati “il grande classico dell’Americana del nuovo decennio”).
Questo “Helplessness Blues” (il blues della vulnerabilità) ripropone un folk barocco e allo stesso tempo leggero, morbido e flautato, fatto di cori e melodie ariose; solidamente ispirato al mondo hippy degli anni ’70 (Crosby, Stills & Nash, Byrds, Beach Boys, Tim Buckley) e con sfumature di prog inglese da battaglia (Roy Harper, Fairport Convention).
Tra le perle del disco, la title-track, quasi gospel, l’arrangiatissima The Shrine / An Argument, Blue Spotted Tail e The Plains/Bitter Dancer.

Sempre bravi anche i secondi, da Austin Texas, assai piu’ esperti e navigati - questo I Am Very Far è il loro sesto lavoro sulla lunga distanza - ma anch’essi alla ricerca di suoni magici e fuori dal tempo, lontani dalle mode e dalle esigenze del mercato discografico.
L’incedere marziale di The Valley/Rider (meglio la seconda) e il soul languido della brutta Piratess introducono un’opera contraddittoria, disorientante e coraggiosa, anche se a volte sovraccarica: davvero quello che non ti aspettavi da un gruppo che ci aveva abituato a un sound minimalista, asciutto e scarno.
Lay Of The Survivor ci riporta in territori conosciuti, ma è solo un trucco, e le successive White Shadow Waltz e We Need A Mith sono cavalcate che esplodono solo nel finale. Per fortuna c’è Mermaid, la classica ballata in stile Sheff. L’album si chiude con la straordinaria Wake And Be Fine, psichedelica anni ’70, e l’ostica e altalenante The Rise.
E’ un ascolto difficile, probabilmente influenzato dalla musica degli Arcade Fire.
Merita tempo per essere capito.
E noi il tempo lo abbiamo.

domenica 15 maggio 2011

Big docet

Quando il nostro recensore di fiducia, CJ, mi ha detto che per questa settimana avrei dovuto sostituirlo con un pezzo sul nuovo lavoro di Vinicio Capossela, mi sono stramaledetto per avergliene parlato.
Recensire Capossela non è facile nemmeno per i critici musicali “veri”, figurarsi per me. E poi quest’ultimo lavoro è davvero complesso e immenso, denso e stracolmo di suoni, voci e parole: forse la summa di un’intera carriera.
Ma tant’è, e quindi mi metto all’opera.

“Marinai, Profeti e Balene” è una sorta di concept diviso in due parti, per un totale di diciannove canzoni e circa un’ora e mezza di musica, che hanno per tema il mare - con particolare riferimento alle opere di Melville (Moby Dick su tutte) - e la mitologia omerica.
L’incredibile varietà di generi musicali, le particolarissime sonorità, ottenute con stratificazioni di strumenti rock, strumenti classici e “strumenti” inventati (lumachine di mare, pentoline, ondioline, teste di moro!), l’uso costante dei cori, a volte in chiave quasi operistica, e l’affabulazione ininterrotta di Capossela lo rendono il disco meno “facile” del nostro.
Quindi rilassatevi, sedetevi in poltrona, abbassate le luci, tenete a portata di mano il libretto dei testi – non dovete perdervi neanche una parola - e una bottiglia di rum invecchiato (io consiglio un Brugal Extra Viejo Gran Reserva, ma se siete ricchi andate direttamente sullo Zacapa Centenario).

La vecchia baleniera Pequod inizia il viaggio con l’impatto devastante, cupo e disperato de “Il Grande Leviatano” (“io vidi spalancarsi la bocca dell’inferno”) e prosegue con due brani più lievi, in particolare con il divertissement anni ’30 di “Pryntyl”, per approdare al non sense di “Polpo d’Amor”, la cui musica è stata scritta da Burns e Convertino dei Calexico.
Il momento topico del disco è “La Bianchezza della Balena”: “niente è più terribile di questo colore, una volta separato dal bene”. E in questa dicotomia lacerante, tra purezza e scandalo, tra bianco e nero, tra demonio e santità, tra cielo e mare – che sta alla base del disco e di tutte le sue opere, forse della sua vita - Capossela inchioda i suoi personaggi e le sue storie, sempre alla ricerca di qualcosa che non si trova, sempre ad un passo dal baratro.

Notevolissima anche “Billy Budd”, blues sgangherato impreziosito dalla chitarra di Marc Ribot; poi tra citazioni di personaggi biblici (“Job”) e omerici (“La lancia del Pelide”, quieta canzone d’amore), si conclude il disco 1 e inizia il disco 2, nel quale vengono introdotti strumenti di tradizione greca (lyra, daoulaki, flauti), a sottolineare le parabole mitologiche (la struggente “Le Pleiadi”, “Aedo”, “Dimmi Tiresia”, “Goliath” e infine “Vinocolo”, autentico sabba etilico).
Tra un brano tropicale (“Calypso”) e la filastrocca/minuetto “La Madonna delle conchiglie”, l’enciclopedica opera si avvia alla fine. In “Nostos” c’è l’esaltazione del viaggio di Ulisse, ma è l’ultimo brano, “Le Sirene”, a togliere il fiato (confesso di essermi ritrovato con gli occhi lucidi la prima volta che l’ho ascoltata… e pensare che una volta ascoltavo i gruppi hardcore di Washington): pianoforte, viola e contrabbasso, quasi a sottrarre tutto quello che viene prima (i suoni, i rumori, le idee) per lasciare Capossela nudo, indifeso, spossato per il lungo viaggio.

Che dire ancora?
Un disco enorme, non per la mole, ma per il coraggio, i mille spunti che offre, la genialità sempre presente, il lavoro di ricerca sui testi davvero di altissimo livello. Tolti due o tre momenti a mio parere minori, siamo in presenza di un lavoro davvero importante.
In spiccioli, 5 stelle.

Firmato: Big

domenica 8 maggio 2011


Colpisce tutti, senza fare sconti a nessuno.

A noi di PiacenzaSera l’album di debutto dei newyorchesi Cold Cave (Love Comes Close, 2009) era piaciuto: minimale e diretto, senza troppi fronzoli.
Questo seguito, intitolato Cherish The Light Years, invece delude profondamente – malgrado alcuni episodi non trascurabili - per la piattezza di una sound synth-wave che pare la fotocopia di New Order e Depeche Mode (ascoltare Underworld USA).
Peccato.

Anche i Glasvegas - il cui nome è un gioco di parole tra Las Vegas e la loro città natale, Glasgow; ma poi sono emigrati a Santa Monica, L.A., California – si ispirano agli anni Ottanta (Ultravox, Simple Minds, Cocteau Twins, Jesus & Mary Chain).
Giungono con fatica al secondo lavoro, dopo il debutto omonimo del 2008 e un minilp natalizio dello stesso anno intitolato A Snowflake Fell.
Il primo singolo Euphoria, Take My Hand, una ballata brit molto languida ed emotiva, alla Suede o Pulp, non prometteva certamente un capolavoro.
Purtroppo Euphoric Heartbreak conferma le previsioni piu’ fosche, collezionando brani piuttosto scontati, tronfi ed enfatici, con arrangiamenti che presentano una sovrastruttura talmente complessa da risultare difficilmente digeribili.
Sono pochi i pezzi che si salvano dalla mediocrità generale di questa grandeur davvero ingiustificata (Change? I Feel Wrong – Homosexuality Part 1?, gli episodi dove non a caso staccano la spina).
Anzi, forse nessuno.
Amici e nemici ci accusano di parlare di dischi poco conosciuti. Il vecchio Steve, per esempio, ironizza pungente come sempre: “insomma, vi siete fatti la solita borsa in nome di un elitarismo musicale giovanilistico”.
Così, in attesa di dedicarci alla consueta sfornata di primavera – sono tantissime le uscite che meritano attenzione: Foo Fighters, Fleet Foxes, Sonic Youth, Cold Cave, Glasvegas, Mogwai, Panda Bear, Erland & The Carnival, e ancora Cut Copy, Akron Family, Esben & The Witch – abbiamo ascoltato il recente parto di uno dei big della scena italiana, Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti (non potevate chiederci di dedicarci a un Vasco sempre più bolso, oppure all’ultimo Ligabue, uguale al penultimo Ligabue e al terzultimo Ligabue, per non andare più indietro), anche perché incuriositi dalle recensioni positive di alcuni siti di ispirazione rock (Soundsblog e Indieforbunnies su tutti).
“Ora” è un disco allegro, gradevole, orecchiabile e danzereccio (per alcuni è uno dei dischi piu’ dance di Lorenzo).
Lui è uno che non si risparmia, che si espone, senza paura di apparire patetico o ridicolo. E questo ci piace. Ci piace la sua vena piu’ cantautoriale: Le tasche piene di sassi e l’ispirata Un’illusione non sfigurerebbero nel repertorio di De Gregori, Ora e l’atipico primo singolo Tutto l'amore che ho (alla Gorillaz) ne mettono in mostra il mestiere, e infine la ballata Quando sarò vecchio, tra Brassens e De Andrè, con la quale abbandona il buonismo Veltroniano del quale è stato per anni indiscutibile alfiere (“Quando sarò vecchio sarò vecchio/Nessuno dovrà più venirmi a rompere i coglioni “). Divertono anche cinque-sei pezzi, tutti potenziali singoli-killer/tormentoni estivi: l’opener Megamix – con il ritornello “E’ questa la vita che sognavo da bambino/Un po’ di apocalisse e un po’ di Topolino” – oppure il rock scontatissimo eppure irresistibile di Il più grande spettacolo dopo il big bang (che vi dicevo dello sprezzo del ridicolo?), Io danzo e Spingo il tempo al massimo, che pompano come fossero i Chemical Brothers.
Quello che ci piace meno è la consueta eccessiva verbosità – lo ammette lui stesso: “quanta roba scritta ci sta qui dentro”-, le frasi fatte e i clichè (“Vedo stelle che cadono nella notte dei desideri”, “Non c'è montagna più alta di quella che non scalerò”) , le troppe citazioni letterarie o musicali (“Ogni cosa è illuminata”, “La risposta che soffia nel vento”, e così via). Ci piacciono poco anche alcuni riempitivi come Amami, Dabadabadance e Go!!!!!!!
E poi, purtroppo, i soliti duetti, tra gli episodi meno riusciti del lavoro: con Cremonini in I pesci grossi, con Carboni in L’Elemento Umano (“Si vince, si perde/Si pestano merde”), con Amadou e Mariam (africani del Mali) per il trito tribalismo di La bella vita (La belle vie) e con Michael Franti (ex-Sperhead) in Battiti di ali di farfalla.