mercoledì 26 febbraio 2014

MONDAY MORNING

L’idea di questo album - un inno a nuove grandi speranze come suggerisce il titolo, “High hopes” – nasce dall’ingresso (temporaneo) di Tom Morello nella E Street Band, in sostituzione di Van Zandt,  durante la recente tournee australiana. La collaborazione con l’ex chitarrista dei Rage Against the Machine si è presto trasformata in idillio, tanto che si è pensato di realizzare un album infarcito di cover, outtakes e vecchi brani del Boss rivisitati con la nuova formazione. “High Hopes” pare quasi un disco live. La titletrack è una rivisitazione – in un tripudio di fiati - di un vecchio brano degli Havalinas di Tim Scott McConnell: “Monday morning” è un incipit notevole, e il verso “Gimme love/gimme peace” è un amarcord della stagione del florer power. La successiva “Harry’s Place” ha una base elettronica e un’anonimo andamento funk: forse serviva un arrangiamento più sobrio, meno ridondante. Segue una nuova versione di “American skin”, inutile qui ripetere dell’episodio di violenza razzista da cui nasce la canzone, tra le più belle della sua produzione recente. Ecco le cover: “Just like fire would” è un brano degli australiani Saints al quale se togli la ruvidezza e l’immediatezza del punk resta poco. Ricorda Mellencamp.
Onesto e sano rock, si dirà, ma da uno come il Boss si può pretendere di più: la scrittura dei pezzi è spesso elementare e non brilla certamente per originalità e per urgenza. “Down in the hole”, ad esempio, è affascinante, ma troppo simile a “I’m on fire”.
Tuttavia il nostro non si risparmia, as usually. “Heaven’s wall” è un gospel celtico nel mezzo del quale Morello entra con la delicatezza di un elefante in una cristalleria, e apre la sequenza folk che sta nel cuore dell’opera, completato da “Frankie fell in love”, “This is your sword” e “Hunter of invisible game”.
Il finale non ci aiuta a emettere un verdetto definitivo: la versione elettrica di “The ghost of Tom Joad” tradisce la disperazione dell’originale, con un Morello ancora sopra le righe e un finale pomposo e urticante, così poco Steinbeck. Nella speciale classifica delle cover peggio riuscite di sempre, è appena un gradino sopra “Knockin’ on heaven’s door” dei Gun’s Roses.
“The wall” è una ballata acustica dedicata a un marine (“Cigarettes and a bottle of beer/This poem I wrote for you/This black stone and these hard tears/Are all I've got left now of you/I remember you in your Marine uniform laughing/Laughing that you're shipping out probably/I read Robert McNamara says he's sorry”) e per ultimi i Suicide, vecchia passione. Notevoli i testi, ancora una volta dalla parte di chi sta al margine: “Questa è la musica che ho sempre sentito il bisogno di pubblicare. Dai gangster di “Harry’s Place”, i compagni di stanza di “Frankie Fell In Love”, (ombre di me e Steve che facciamo casino nell’appartamento di Asbury Park), i viaggiatori nella terra desolata di “Hunter Of Invisible Game”, fino ai soldati e i visitatori di “The Wall”, sentivo che si meritassero tutti una casa e un ascolto.”

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