mercoledì 5 febbraio 2014

TOH, ECCO IL SAUNDERS ITALIANO (TROPPO, SAUNDERS...)

Toh, ecco il George Saunders italiano. Per scherzo? No, seriamente. Quasi. Perché è vero che Menzani sconta il doppio handicap di essere 1) un “quasi esordiente” (all’attivo solo un paio di saggi sull’architettura contemporanea e un Dizionario biografico fantastico dei piacentini illustri) e soprattutto 2) un “quasi scrittore”, nel senso che di mestiere fa(ceva?) l’architetto. E però ce ne fossero di quasi-scrittori come lui. Che quasi-scrivendo qua e là tirano fuori dal cassetto questi tredici racconti che sono delle piccole chicche. Per lo meno per chi ama le ambientazioni “quasi-saundersiane”. O giù di lì.
 
Sciolto ogni dubbio, quel che è certo è che in queste pagine si viene accompagnati con passo lieve in uno scenario che di lieve ha ben poco. Baraccopoli post moderne e posticce, periferie sub-urbane anonime e desolante, dove si muovono personaggi strani in situazioni ambigue. Aspiranti partecipanti ad improbabili show televisivi ammassati in villaggi prefabbricati in attesa della chiamata in onda; cinici poliziotti addetti al controllo delle spese personali sulla base delle indicazioni fornite dal Ministero dei consumi; uomini costretti a travestirsi da animali per allietare osceni visitatori di un outlet; pubblico in estasi in un Multiplex per assistere ad esecuzioni capitali.
 
C’è insomma tutta la schizofrenia distopica che si ritrova appunto dei racconti di Saunders, dove un’umanità andata da tempo alla deriva è costretta a barcamenarsi tra i bassifondi di un impero dove il consumismo e l’avidità hanno vinto da un pezzo. E il resto sono macerie. In questo caso siamo naturalmente in Italia. Ma è una Bassa Padana appena abbozzata, che potrebbe in realtà essere ovunque. Perché il paesaggio non è che una misera quinta dietro la quale si muovono gli inconsapevoli attori. Uomini e donne perduti, ignavi, rassegnati, sconfitti. E se qua e là trapela un tocco di ironia a rendere surreale alcuni passaggi, il tutto resta abbondantemente connotato da un forte senso di smarrimento e perdizione.
 
Che si fa sottile angoscia nei racconti più realistici. Quelli nei quali l’autore abbandona il surreale e si concentra su scene di vita quotidiana. Di nuovo, come Saunders nel suo ultimo lavoro (Dieci dicembre, leggi recensione); anche se qui il riferimento più esplicito è più che altro a Raymond Carver. Menzani mette in scena quadretti di apparente banalità nei quali, come nella migliore tradizione del minimalista americano, a conferire tensione alla narrazione è più il non detto che quello che viene esplicitato. Quella sensazione che qualcosa di brutto sia appena successo o, peggio, stia per succedere. Ma siccome non è che basti darsi un tono minimal per raggiungere questi effetti, il fatto che il giovane Menzani riesca ad avvicinarsi senza apparente sforzo ai suoi modelli è già una vittoria da salutare brindando.
 
Semmai, se proprio dovessimo rimproverargli qualcosa (ma perché poi?), sarebbe proprio questo suo rimando così esplicito ad altri autori. L’effetto è un po’ come quello di sentire una cover band, che esegue in modo impeccabile brani di altri in attesa del coraggio necessario per scriverne di propri. Ma un quasi-autore così prima o poi lo sforna di sicuro un album tutto suo.

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