sabato 5 luglio 2008

Diario de Espana

A Saragozza ho avuto un pò di problemi con la connessione wireless dell'albergo. Qui a Madrid, al celebre Silken Hotel di Puerta America, alla modica cifra di 9,00 euro/dia - che c.j., essendo gentile ospite di Pc74, ha opportunamente fatto mettere sul conto... - finalmente ho la possibilità di inviare a tutti gli amici un saluto.
Per inciso, quest'albergo è una figata pazzesca, un cinque stelle da quasi cinquecento euro a notte. Da fuori sembra un colorificio, con tutti quei teloni gialli, rossi e viola. L'impianto architettonico è opera di Jean Nouvel, ma lo stesso si può dire che è assai deludente, per di più proprio a fianco delle Torres Blancas, uno dei simboli dell'architettura moderna madrilena. Quello che fa impazzire è che ognuno dei 13 piani - oltre alla hall di ingresso al piano terra, di Pawson - è stato progettato da un architetto diverso, ovvero dai più grandi designer del mondo, dalle star del firmamento internazionale. Una fiera delle vanità. Un coacervo di stili diversi, dal minimal al decostruttivismo, dal postmodern all'high-tech. Io abito al secondo piano, opera del maestro inglese Norman Foster. Si sta bene, direi. Listoni di rovere, armadi scorrevoli in pelle bianca, testata del letto in cuoio color cioccolato. Le pareti divisorie del bagno sono curvilinee e intermanete realzizate con lastre di cristallo acidato. La doccia, in realtà, non si può chiudere ed è collocata a fianco dell'immenso letto, dove perlatro si potrebbe dormire in quattro. Io sto scrivendo appoggiato a una lastra di onice che funge anche da top per i due lavatoi ovali, anch'essi in camera. Solo il water è separato dalla stanza. Il bidet non c'è, si sa, gli inglesi...
Lorenzo è al decimo piano, da Arata Isozaki. Lui definisce la sua camera un catafalco. E' tutta nera, sembra un loculo mortuario. Gli ho proposto di mettere fuori sulla porta una fotografia e un qualche gambo di crisantemi. Il lenzuolo è nero. Le tende sono nere. La carta igienica è nera...
Il presidente è sul piano di Zaha Hadid. Le camere sono come cellule spaziali, tutte bianche, con pareti e soffitti curvilinei di plastica verniciata. Tutto puzza ancora un pò di nuovo. Anche gli arredi sono bianchi. Ti sembra di essere nel pub di Arancia Meccanica. Nel disimpegno del corridoio, dove chiunque può transitare, un enorme plasma proietta un film porno con scene assolutamente esplicite. Lo accusiamo di avere l'accesso alla scelta dei canali.
Poi ci sono Ron Arad, Chipperfield, Newson...

Caldo c'è caldo.
Trentacinque-trentasei gradi, più o meno.
Mentre a Saragozza, per via dell'escursione termica tipica delle zone desertiche, alla sera si alzava una piacevolissima brezza, qui non tira un filo di vento. Per dirla con le parole di Bergamin, "a Madrid non si sposta nemmeno un rapanello".
Con questo gruppo ci si diverte.
Sarà anche come ha detto Sandrone Bondi al Congresso di Torino della settimana scorsa, che gli architetti hanno rovinato l'Italia con le loro opere brutte, malate e senza spirito, ma almeno sono (mediamente) simpatici. Un pò pazzi, forse, ma qui c'è un sacco di tipi in gamba.
La prima sera a Madrid è filata via liscia.
Il bus ci ha mollato a Puerta del Sol, e dopo una visita alla sempre affascinante Plaza Mayor, dove Marcello ha tenuto banco con la sua sapienza urbanistica, ci siamo diretti verso Plaza de Santa Ana per tapear. Il locale prescelto, un pò fighetto per la verità, ha un'intera parete di lavagna. La cameriera è piuttosto malmostosa, e la cosa indispone i più, poi scopriamo che è italiana. Optiamo per un misto di tapas per tutti. Arrivano tortillas, chorizo, jamon serrano, queso mancheso, patatas bravas, ali di pollo fritte, sanguinacci vari, bruschette, salami e peperoni piccanti. Tutta roba che fa bene. Peccato per la sangria, sembra succo d'arancia. Ha persino uno strano retrogusto da medicinale.
Dopo cena ci dirigiamo verso Chueca e Malasana, i quartieri dove si svolge quello che è rimasto della movida degli anni '80. Io faccio da guida, questo ruolo mi toccherà fino a domenica, per cui spero che l'itinerario proposto non deluda nessuno.
Il presidente mi dice: - Giovanni, devi stupirci!
E direi che tutto va oltre ogni previsione.
E' in atto la prova generale del Gay Pride di domenica prossima, le strade di Chueca sono letteralmente prese d'assalto da una fiumana impressionante di persone. Fuori dai locali, dai mille locali, ci sono banchi che distribuiscono da bere. A spillare la birra, strani personaggi a torso nudo che danzano su palchetti improvvisati. C'è n'è uno con il pizzetto rosso e un percing che gli trapassa il naso. Da Calle de la Hortaleza sbuchiamo in una piazza dove, davanti a migliaia di ragazzi che ballano un'orrida discomusic anni '70, sul palco si agitano due gay pazzeschi. Uno è pelato, con una barba fluente e una pancia da far schifo, che enfatizza grazie a una strana cintura che gli stringe i capezzoli. Mentre balla, si tira dei pugni violentissimi sulla pancia. Strepitoso. Roba da Village People. Ma sul serio.
Se cercavate la follia di Madrid, eccola qua.
Accomodatevi.
Ci facciamo largo nella folla, tra cartacce e lattine di cerveza vuote.
C'è un rumore assordante.
Procediamo verso la Plaza del Due di Maggio, data importante per la sollevazione contro i francesi immmortalata da Goya. Non la raggiungeremo mai. Difficile farsi largo in questo muro di gente. In Calle del Pelayo ci sono dei travestiti alti quasi due metri che danzano e strillano sul cassone di un camion. Per fendere la folla, siamo costretti a spingere. Non si respira, c'è caldo e una terribile puzza di sudore.
Possiamo solo scappare e cercare un Taxi per il rientro. Lo troviamo sulla Gran Via.

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