giovedì 8 novembre 2007

NY, 01 - LASCIARE NEW YORK NON E' MAI FACILE


Michael Stipe ha ragione.

C.J. stava lasciando la città sul solito taxi sgangherato, con la carrozzeria ammaccata e le portiere cigolanti. Era già buio, per cui non sa dirvi se aveva ancora i copricerchioni. Ne dubita, comunque.
Esausto, restava sprofondato nel sedile in velluto a coste larghe, con l'imbottitura sfondata a tal punto che sembrava di essere seduti direttamente sull'asfalto.
Il tassista, un greco corpulento con due avambracci muscolosi e mani come badili, si spostava nervosamente da una corsia all'altra, nella ricerca vana di uno spiraglio nel muro di ferraglia che correva verso nord.
Gesticolava in modo vistoso, sacramentando contro chi (a suo dire) gli tagliava la strada.
Sembrava avere una fretta tremenda.
Non che fosse preoccupato che C.J. arrivasse in tempo all'aeroporto. C.J., d'altro canto, non gli aveva fatto cenno riguardo l'orario d'imbarco. Si era limitato a pronunciare, nel suo inglese timido, le semplici lettere: "J.F.K.".
Il problema è che il greco lavorava a cottimo. Più corse faceva, più guadagnava.
Ed erano di nuovo fermi.
Il tassista scrollava la testa, come in trance agonistica, irritato per l’ennesima coda che non si muoveva di un millimetro.
Il traffico a New York doveva essere sempre così, ma lui non sembrava essersi rassegnato.
A lungo, nel taxi regnò il silenzio.
- Siamo ad Harlem?, chiese C.J. provando a rompere il ghiaccio.
- Non ancora, fece lui, - ci saremo tra tre o quattro isolati.
- Mi piacerebbe vedere Harlem.
Il greco annuì. Si stava rivelando una guida turistica alquanto stitica. Si limitò a indicare a C.J. l’Apollo Theatre.
- Very famous, aggiunse.
- Dove?
- Dall’altra parte della strada.
C.J. domandò da dove veniva. Veniva da un piccolo paese di montagna, nel Peloponneso. Una montagna arida e assolata, dove non cresceva nemmeno la vite. C'erano solo fichi d'India. Suo padre era un pastore, ed anche suo nonno lo era stato. Lui, quando aveva raggiunto la maggiore età, era scappato in America. Non aveva nessuna intenzione di passare la sua vita a correre dietro a delle pecore.
- A New York stai bene?, fece a un certo punto il nostro.
- Yeaaaahhh.
Era un grugnito incomprensibile. C.J. non capì, sulle prime, che stava a significare un sì.
- Il tuo lavoro ti piace?
- E’ stressante. Sto su questa macchina da lunedì al sabato, dalle 7.00 della mattina alle 9.00 della sera… sempre incolonnato… ma non mi lamento. Nella vita ho fatto anche di peggio.
- E la domenica?
- La domenica? La domenica dormo.
- Vivi solo?
- Sì, naturalmente.
- Cazzo, pensò C.J., costui passa la vita sul suo sedile immerso nel traffico di New York. Roba da farsi prendere la nostalgia delle pecore…
- Quand’è l’ultima volta che sei stato in Grecia?
- Saranno ormai quindici anni. Fu per il funerale di mia madre, povera donna. Dio la benedica. In ogni caso, rimasi solo poche ore.
Passarono a fianco dello stadio per il baseball, nella zona di Staten Island. Il greco lo indicò a C.J. con un certo stupore, come se fosse stata la prima volta che lo vedeva.
- Vai mai a vedere gli Yankees?, domandò C.J.
- No, io sono per i Mets. Una volta andai a vederli, poco tempo dopo essere arrivato qui. Adesso li vedo in tv, quando capita. Il biglietto costa troppo.
- Davvero non te lo puoi permettere?
- Qui la vita non è facile. E’ vero, ci sono opportunità di lavoro per tutti, ma con che salari? Mi ammazzo di lavoro sei giorni la settimana per riuscire a pagare l’affitto di un misero bilocale a Brooklyn. Se alla fine del mese avanza qualcosa, e non sono rimasto con il frigorifero vuoto, mi prendo una scatola di sigari cubani.
- Così questa è la vita, a New York.
(C.J. adesso pensava ad alta voce.)
- Sì, anche. Ti dico una cosa: stringo i denti ancora cinque-sei anni e poi vado in pensione, e allora mando a fare in culo tutti questi figli di puttana, disse, indicando una ad una le auto che ci affiancavano a più riprese, secondo un ritmo costante, come fossero legate alla loro da un enorme elastico invisibile.
- E poi cosa farai?
- Ancora non lo so.
- Tornerai al tuo paese?
- Non ci ho ancora pensato. Ma oramai là non ho più nessuno, i miei parenti sono morti tutti. E’ rimasto solo qualche cugino di secondo grado.
- Mi dispiace, disse C.J., ricordandosi di non avere in precedenza nemmeno commentato del funerale della madre (come se fosse del tutto naturale fare le condoglianze ad uno sconosciuto quindici anni dopo la morte di sua madre.)
- Non che qui abbia poi così tanti amici. Due o tre colleghi con i quali ogni tanto si beve una birra al pub la sera, dopo aver smontato dal lavoro. Il fatto è che io sono un newyorkese, adesso.
L’auto sbucò da un lungo tunnel male illuminato, e, improvvisamente, apparve alla loro destra lo skyline di Manhattan al tramonto.
Uno spettacolo impressionante.
C.J. restò, quasi instupidito, a fissare a lungo quella teoria infinita di luci che si accendevano e si spegnevano ad intermittenza.
- La vedi là, Manhattan?, fece lui.
- Cristo, certo che la vedo.
- Capisci, adesso, quello che sto cercando di dirti?

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