domenica 18 novembre 2007

NY, 02 - THE TERMINAL


L'inizio, si sa, è sempre difficile.
Come fanno i romanzieri in crisi di ispirazione, C.J. ha cominciato dalla fine, ovvero con il taxi che lo portava all'aeroporto John Fitzgerald Kennedy.

Ma la partenza era stata tutt'altro che agevole.
C.J. era partito poco dopo le mezzanotte dalla sua country house sui colli piacentini e si era cosi' presentato alla Malpensa verso le due di notte, con un anticipo imbarazzante. Era sempre cosi', quando prendeva un aereo da solo. Arrivava tre o quattro ore prima dell'orario di imbarco, mai dopo. Forse lo faceva per non rischiare di restare a casa per un intoppo qualsiasi. Forse per sdrammatizzare un pò la tensione (C.J., è risaputo, ha una fottuta paura di prendere l'"apparecchio", come dicono i vecchi delle sue parti), e comunque la notte prima della partenza non riusciva a prendere sonno. O forse perchè, alla fine, non gli dispiaceva immergersi in quel luogo non luogo anonimo e spersonalizzante che è l'aeroporto, dove poteva vagare ovunque, come fosse fuori dalla dimenzione del tempo e dello spazio.

Al suo arrivo alla Malpensa, C.J. aveva commesso il primo errore tattico. Aveva deposto l'auto in un parking collegato al Terminal 2, sottovalutando la necessità di appuntarsi il numero del suo posteggio o, almeno, il livello sotto terra. Al ritorno, C.J. e i suoi compagni di viaggio setaccieranno per una buona mezz'ora le rampe e i corridoi labirintici del parcheggio, nella speranza di ritrovarla, per poi gettare la spugna e chiamare l'assistenza. Dopo di che, i tre malcapitati (Paul, Steve e Winnie) assisteranno alla scena altamente comica di C.J. che, a bordo dell'auto dell'assistente, parte alla ricerca della sua auto perduta nei meandri del sotterraneo.
(Se fosse finita qui, va là. Non contento, C.J. successivamente non troverà neppure il biglietto del parking e per uscire da quella che ormai era una vera e propria prigione sarà costretto a pagare una sanzione. Il biglietto, va detto a costo di peggiorare - e di molto - la sua situazione, era riposto nell'apposita tasca sull'aletta parasole del guidatore, il suo posto di più ovvio, e dove peraltro da subito Steve gli aveva detto di controllare...)

Tornando al nostro, l'avevamo lasciato là che si aggirava in quelle enormi sale dai pavimenti lucidi di graniglia e le fredde luci al neon, facendosi spazio tra visi stanchi e hostess che si truccavano davanti a minuscoli specchi.
Dopo il consueto tour tra profumi costosi, oggetti inutili e cataste di riviste in lingue sconosciute, si era fermato un momento nell'unico bar che aveva davvero l'aria di un bar, per prendere un caffè e un croissant, ovviamente riscaldato nel forno microonde. Si era poi trasferito in una sala d'aspetto, per immergersi nella lettura del suo libro delle vacanze (dovevano essere i racconti di Lansdale, "In un tempo freddo e oscuro", Einaudi Stile Libero).
Inutile cercare di prendere sonno.
Dopo qualche tempo, con gli arti inferiori anchilosati a cuasa delle strane posizioni assunte sulla poltrona in plastica rigida durante la faticosa lettura - mezzo seduto mezzo sdraiato, leggermente inclinato verso l'esterno, con la testa appoggiata ad una spalla - era stato costretto a rimettersi in moto, senza alcuna meta.

Quando arrivò il momento dell'imbarco, C.J. era ormai sopraffatto da una stanchezza indicibile. Aveva le mani sudate e le gambe gli dolevano.
Trascinatosi sino al gate della Lufthansa, fu per lui davvero una pessima sorpresa sapere che il volo per Francoforte - doveva fare scalo in quella città - era stato annullato per un problema tecnico.
Problema tecnico? Che problema tecnico?
L'hostess della compagnia tedesca fronteggiava l'ira dei passeggeri con distacco glaciale, persino con noia: "Non funzionano le luci di sicurezza sull'ala sinistra dell'aereo".
E chi se ne incula?, venne da pensare a C.J., piuttosto innervosito: aveva solo tre giorni e mezzo per visitare una metropoli immensa, grande come l'intera provincia di Piacenza, e adesso doveva buttare nel cesso mezza giornata per via di una lampadina bruciata...
La pressione verso la porta dell'imbarco stava salendo, finchè venne fuori il comandante che, dopo essersi scusato a nome della compagnia Lufthansa per l'inconveniente, ribadì che il guasto non era riparabile in tempi brevi e invitò i gentili passeggeri a tornare al check-in per sapere su quale volo sarebbero stati reindirizzati.

Il nuovo volo di C.J., per la cronaca, venne fissato per mezzogiorno meno dieci.
Doveva passare altre cinque ore in aeroporto.
Dove avrebbe sbattuto la testa?
Avrebbe fatto la fine di Tom Hanks?


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