sabato 28 febbraio 2009

QUASI COME KEROUAC, 05

(1994, July 25th - PRIMA PARTE)

Non è ancora l'alba, e a Phoenix c'è un caldo da vomitare.
Alle sei e mezza siamo già in marcia. Ai margini della città, un reticolo ortogonale senza fine di strade larghe e insignificanti, piccole case in legno colorato disseminate quà e là, in modo del tutto casuale. Vecchi pick-up arrugginiscono al sole.
Attraversiamo un parco botanico - qui si possono trovare tutte e 30 le speci di cactus esistenti al mondo - ma non è esattamente un parco, come noi lo intendiamo. E' una distesa infinita di sabbia, e poi di sabbia.
Siamo diretti verso Scottsdale, sobborgo alla moda caratteristico per le sue eleganti case vittoriane.
Le vetrofanie dei pub e delle pasticcerie indicano le dieci come orario d'apertura. Sono le sei e trenta, e lo stomaco è vuoto.
Troviamo un posto aperto nei pressi di una pompa di benzina. E' triste, ma non c'è alternativa.

Big e Paulette hanno deciso: mi accompagnano a Taliesin West ma non entrano, mi lasciano lì e poi mi vengono a riprendere nel pomeriggio. Se ne rimangono a fare shopping a Scottsdale, loro. Gli frega poco di Frank Lloyd Wright. Vanno a fare incetta di T-shirt da una tipa sciroccata che una volta aveva undici gatti, e ora ne sono rimasti solo due.

Taliesin West è uno dei capolavori del grande maestro dell'architettura moderna americana. Opera emblematica per comprendere lo spirito pionieristico del suo autore, è nata negli anni Trenta nel bel mezzo del deserto come rifugio-scuola per il periodo invernale, dove decine di giovani apprendevano le concezioni dell'architetto di Chicago e vivevano come in una sorta di comunità cooperativistica.
La visita guidata si svolge sotto un sole che picchia in modo terrificante. Intorno a me, un gruppo di giapponesi si riparano sotto ombrellini coloratissimi. E io che li ho sempre presi per il culo... in questo momento pagherei qualche decina di dollari per un fottuto arnese come quello. Trovo riparo dietro a una trave enorme di calcestruzzo, che così inclinata sembra emergere direttamente dal suolo. Da lì, non riesco a sentire bene le parole della guida, un anziano dalla pelle bruciata dal sole e con un grande cappello da cowboy in testa. Parla un inglese masticato, e per di più molto velocemente. Non ci capisco un betao cazzo. Devo avvicinarmi, porca troia. Sono di nuovo lì, a spaccarmi la testa sotto il sole a picco. Penso che potrei trascinare una di quelle minute vecchine giapponesi dietro un cactus e poi sgozzarla per portarle via il suo, ma temo che la cosa non passerebbe del tutto inosservata.
Il vecchio cowboy dice che è domenica, e che quindi dobbiamo perdonargli tutti gli strafalcioni che dice.
E poi non è nemmeno un architetto, aggiunge.
Ci racconta dell'uso poetico dei materiali - le pietre, il legno, il cemento, gli intonaci di colori caldi e terrosi: rosso, giallo, marrone - del rapporto instaurato con il territorio, dell'insuperabile gestione della luce, del continuo susseguirsi di dislivelli, terrazzamenti e scalinate, nel tentativo di non voler violentare il suolo, ma anzi esaltarne l'irregolarità.
Un'improvvisa frescura ci accoglie nelle sale interne.
Ed è un solievo enorme.
Qui, adagiato su una delle sue celebri sedie di legno, riesco davvero a d apprezzare la sacralità del luogo domo mi trovo.
Taliesin West ospita attualmente la Frank Lloyd Wright Foundation, l'istituzione creata da Wright stesso per custodire tutte le sue opere, e appesa alle pareti si può ammirare una straordinaria raccolta di scritti e disegni, molti dei quali tuttora inediti, e alcuni lavori dei suoi allievi migliori.

Leggo ad alta voce:

"THE REALITY OF BUILDINGS DOES NOT CONSIST IN ROOF AND WALLS, BUT IN THE SPACE WITHIN TO BE LIVED IN"

*Immagine da:
http://www.architechgallery.com/arch_images/architech_images/pedro_guerrero/guerrero_taliesin.jpg

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