mercoledì 11 dicembre 2013

IL CIMITERO DEI FONDI DI PROSCIUTTO

Terra di cerniera tra Emilia e Lombardia, tra le valli del Piacentino l’alta val Tidone può vantare i pendii più dolci e riccamente punteggiati di vigneti, boschi, antichi borghi, rocche, castelli e casali ristrutturati. Si snoda attorno al fiume Tidone che dalle pendici del Monte Penice (mt 1.460 slm) scende al Po tra i comuni di Pianello, Nibbiano, Caminata e Pecorara. Quest’ultimo è il borgo più alto e qui svettano i monti Pietra Corva (mt 1.078 slm) e Mosso (mt 1.008 slm).
Un tempo terra di mulini (tradizione recuperata grazie alla Strada dei Mulini), oggi la valle è nota per i suoi prelibati tartufi (celebrati da una rassegna che si tiene in ottobre a Pecorara), la sua tradizione enogastronomica e la sua tranquillità.
È in questi luoghi, tra le località Salenzo e Ca’ del Diavolo, in un’area fra Pecorara e Pianello, che nel 2001 un assessore regionale - poi processato per aggiotaggio, abigeato e concubinato - si incaponì a creare un progetto presentato come “la risposta concreta a un annoso problema”: un impianto di smaltimento dei fondi di prosciutto, salame, coppa e affettati vari che intasano gli scaffali dei supermercati emiliani. “Tranci di lardo, avanzi di mortadelle e bresaola, rimasugli di cotto e culatello parcheggiati per mesi sugli scaffali”, sottolineò in conferenza stampa l’assessore, “intasano il ciclo produttivo, rallentano l’economia territoriale, frenano il rilancio della filiera enogastronomica del Sistema paese. Toglieremo questo granello di sabbia dagli ingranaggi”.
Per indorare la pillola, l’impianto fu chiamato Centro Unico Lavorazione. Gli uffici stampa snocciolarono studi di geologi e di università che ne certificavano l’impatto zero. Nei rendering distribuiti ai media l’impianto era appena visibile, circondato da alberi e siepi, con uno stabilimento per il recupero delle confezioni costruito secondo i dettami della bioedilizia e una vasca di raccolta degli insaccati, il tutto su un’area di 28mila metri quadrati.
La risposta della società civile piacentina contro il maxi impianto fu immediata. La mobilitazione abbracciò un fronte che andava dai centri sociali ai Digiunatori per la Pace, dalla Confraternita dei Grass all’Associazione Amici del Vombato. Ben presto però il fronte “No CUL” si frantumò fra le istanze anarchico-global-insurrezionaliste dell’ala dei movimenti (“Uscire dalla gabbia del conformismo, generare percorsi di lotta e riproporre le istanze del territorio tramutandole in mobilitazione globale contro il profitto dei Poteri Forti. Con lo Stato borghese non si discute, lo si abbatte. NO al cimitero dei prosciutti”) e le rivendicazioni pragmatico-localiste dell’associazionismo di base (“I culi delle coppe dateli a noi”, scrissero i Grass al Prefetto). Fu incendiato qualche escavatore, lanciata qualche molotov ma poi calò il silenzio.
Tre mesi dopo l’inaugurazione mezza giunta regionale fu arrestata e il CUL messo sotto sequestro. Il tempo, i vandali e il sale degli insaccati fecero il resto: i macchinari si arrugginirono, una frana spaccò il vascone in due come una noce e nel capannone presero a farci le gare di softair.


Fabrizio Tummolillo è nato a Milano e vive a Pecorara, sulle amate colline piacentine della val Tidone, con la moglie e il gatto Fennec*. Laureato in Scienze dell'Educazione all'Università di Bologna, è giornalista professionista dal 2004 e redattore del quotidiano Il Cittadino. Con l'attore e regista teatrale Giulio Cavali ha scritto "Linate 8 ottobre 2001 - La strage", spettacolo-inchiesta sulla strage di Linate, la cui prima si è tenuta nel 2006 nel Piccolo Teatro di Milano, con repliche in numerose città d'Italia. Dallo spettacolo è stato tratto un libro pubblicato da Edizioni XII. Con il cantautore Riccardo Maffoni ha scritto la canzone “A saperlo prima”, dedicata alla strage. Ha anche pubblicato una raccolta di racconti brevi intitolata "Un'altra sera" (ed. Il Papiro/Altrastoria). Probiviro della Confraternita dei Grass, convive con un’inestinguibile tendenza all’obesità.

* Nessun collegamento con l’attrice, che peraltro di cognome fa “Fenech”. Il fennec (vulpes zerda) è una piccola volpe che abita il deserto del Nordafrica (coste escluse).

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