martedì 24 dicembre 2013

L'ANTICA PALESTRA PER I PELLEGRINI DELLA VIA FRANCIGENA

Il Monte Aserei, mt 1432 slm, sorge tra val Trebbia, val Nure e val Perino. Nel Medioevo qui passava un tratto della via Francigena di montagna, detta oggi Via degli Abati. Questo antico percorso univa Bobbio a Pontremoli e alla via di Monte Bardone (oggi ricalcata dalla strada della Cisa), ed era uno dei cammini utilizzati dai pellegrini che dal nord si recavano verso Roma o la Terra Santa.
Scavi archeologici nei pressi della vetta del monte, lungo il tratto che collega Mareto a Coli, hanno riportato alla luce un campo di allenamento per pellegrini francigeni. Si tratta di una sorta di palestra primitiva, suddivisa in varie aree nelle quali gli aspiranti pellegrini potevano allenarsi in più discipline fisiche così da avviarsi meglio preparati al faticoso viaggio.
Tra le strutture rintracciate vi sono:
1) una pista ellittica di circa 400 metri: si ritiene servisse per la preparazione alla corsa giubilante in prossimità della meta, oppure per le accelerazioni necessarie a sfuggire a briganti e malviventi dislocati lungo il percorso;
2) una vasca, larga cinque metri e profonda tre, probabilmente utilizzata per l’allenamento al guado di fiumi a nuoto;
3) una vasca, larga due metri e profonda uno, con fondo melmoso e scivoloso, utilizzata verosimilmente per l’allenamento al passaggio di torrenti e canali;
4) un salone con grossi macigni. In origine si pensava che i massi, del peso di alcune decine di chilogrammi, venissero sollevati dagli aspiranti pellegrini per allenarsi al trasporto dei loro bagagli per le migliaia di chilometri di cammino. Studi più recenti hanno dimostrato che i pellegrini avevano ben misere masserizie, per cui si ritiene che il sollevamento dei massi servisse invece come allenamento muscolare per meglio reagire agli attacchi fisici (qualora non fosse stata sufficiente l’accelerazione di cui al punto 1);
5) una pista di circa 10 km che si snoda intorno alla vetta dell’Aserei. La forte compressione del terreno lungo questo tracciato dimostra che il percorso veniva ripetuto decine di volte dall’aspirante pellegrino, si ritiene quindi che fosse una sorta di tracciato da maratona per preparare al lungo percorso quotidiano;
6) una parete lunga circa 50 metri, con 15 porte costruite in diversi tipi di legno. La forte consunzione dei batacchi, ovvero (nelle porte più semplici) del legno a circa 1,5 metri di altezza, ha fatto ritenere che esse servissero per allenarsi a chiedere ospitalità. Le diverse tipologie di usci fanno anzi pensare che il pellegrino dovesse saper bussare a qualunque porta, vista l’alta probabilità di rifiuto all’accoglienza.
Altre strutture non sono purtroppo più leggibili, essendo state distrutte dal passaggio di moto e auto fuoristrada che hanno scavato profondi solchi nel terreno fino a intaccare gli strati archeologici.
 
Pietro Chiappelloni, piacentino, ama la sua città sin da quando, transitando in volo sulla Pianura Padana, dirottò la cicogna proprio qui. Alcuni anni dopo, mise nero su bianco il suo interesse per il turismo conseguendo il titolo di “Manager per lo sviluppo turistico territoriale e per la valorizzazione dei Beni Culturali”. Grazie all’ammirazione suscitata dalla lunghezza di questa e di altre qualifiche, come quella di “Tecnico per il censimento e il recupero del patrimonio architettonico rurale e montano”, può permettersi di scrivere sia cose serie sia stupidaggini senza che i lettori capiscano se ciò che stanno leggendo siano cose serie o stupidaggini. Se necessario può comunque esibire anche altri titoli, che vanno dalla laurea in Economia e Commercio alla qualifica di Ispettore del Club di Topolino.

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